Pericolo: Tetti elettrificati

Ecco un’infografica (in inglese, francese, tigrino e arabo) realizzata per avvertire del pericolo dei tetti dei treni elettrificati. Negli angoli, ci sono QR code con altre informazioni utili per i migranti. Qui sotto, un link per poterlo scaricare e stampare, per assicurarne un’ampia diffusione.

Here is a flier (English, French, Tigrinya and Arabic) that was made to warn migrants of the danger of electric train roofs. In the corners, there are QR codes with other useful information. Beneath, you can find a link to download and print the flier, to facilitate a widespread circulation.

Volantino Treni

À la guerre comme à la guerre

A poche settimane di distanza dalla morte del ventenne maliano, un’altra persona è rimasta folgorata cercando di salire sul tetto di un treno diretto in Svizzera.

“Non c’è nessun posto sicuro se non è garantita la libertà di frequentarlo. Non c’è nessuna libertà se non viene garantita la sicurezza del libero andare”.

Sone parole di Minniti, il ministro dell’interno italiano, paradossalmente usate per fare propaganda del suo nuovo decreto sulla sicurezza. Dopo quello con cui ha rilanciato il sistema di detenzione ed espulsione dei migranti, le forze dell’ordine della nostra città si sono cimentate in operazioni di bonifica etnica nei luoghi che davano conforto alle persone private del discutibile privilegio di possedere documenti.

La guerra alle migrazioni ha responsabili, tattiche e mercenari.

A mezzo stampa, la ditta Rampini recluta nuovi conducenti per continuare a svolgere, su mandato della prefettura di Como, il compito di “alleggerire la pressione in frontiera” tramite la deportazione dei migranti trattenuti dalle guardie di confine. Intanto le ossessioni securitarie – e le speculazioni elettorali – leghiste invocano l’intervento dell’ASL presso i locali della parrocchia di Rebbio: con l’alibi dell’igiene e l’azienda sanitaria controllata dagli amici degli amici, ci si scaglia contro la struttura che assicura agli espulsi dalla macchina dell’“accoglienza” la possibilità di non dormire in strada, mentre gli stucchevoli video diffusi da EspansioneTV fomentano allarmi e incensano aguzzini.

La guerra alle migrazioni ha interessi, complici e agitatori.

Lungo i frastagliati territori in cui si incardinano le pratiche di confinamento ed esclusione, si moltiplicano i processi ai solidali che hanno interferito con il loro funzionamento, colpiti con multe, fogli di via e condanne. Similmente, le ONG che provano a soccorrere quei migranti che, in mancanza di altri mezzi, si affidano ai trafficanti nel tentativo di raggiungere l’Europa, sono fatte oggetto di una massiccia campagna di criminalizzazione.

A inizio mese, durante lo sgombero del “Gran Ghetto” di Rignano disposto dalle autorità, un incendio doloso smorza le proteste dei lavoratori migranti e costa la vita a due di loro.
Poco dopo le 17.00 di sabato 18 marzo, a Chiasso, la repressione della libertà di movimento si abbatte con brutale durezza sui sogni e sulla vita di un’altra persona in viaggio.

La guerra alle migrazioni ha resistenze, ribellioni e vittime.

È tempo per noi di dichiarare guerra alla guerra in atto, e di opporci ad essa con ogni mezzo necessario. Contro l’ingiustizia mortifera della guerra alle migrazioni, non cesseremo di farci vivi.

6 Senza Frontiere

Non è dato sapere chi fosse la persona che pochi giorni fa è morta
folgorata sul tetto di un treno TILO, nascondendosi dai controlli delle
guardie di confine nel tentativo di oltrepassare la frontiera
italo-svizzera.

Il suo nome, la sua storia, i suoi sogni sono ridotti a quei pochi tratti che l’autopsia riconsegna ai trafiletti di giornale: uomo, africano, migrante. Quello che sappiamo con sempre maggiore chiarezza, invece, è che le istituzioni continuano a silenziare gli eventi che colpiscono chi si scontra con l’ingiustizia dei regimi confinari: che si muoia annegati
nel Mediterraneo, investiti in una galleria di frontiera, nel deserto libico o quasi assiderati a Como, l’interesse di chi governa è scaricarsi dalla responsabilità di questi fatti, liquidandoli come incidenti o fatalità – o ancor peggio, come il risultato di scelte individuali incoscienti e avventate.

Al contrario, in questo clima generale di innalzamento di barriere, irrigidimento dei confini, ripristino dei CIE, istituzione di ulteriori e più spietati dispositivi di rastrellamento, deportazione e rimpatrio, i migranti non muoiono per errore. Da un lato abbiamo chi conduce una vera e propria guerra alle migrazioni, con la complicità di organizzazioni come la Croce Rossa e aziende come la Rampinini, dall’altro coloro che non si piegano alla realtà di povertà e sfruttamento a loro riservata e mettono a rischio la vita pur di affermare la propria libertà e autonomia.

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Non conoscevamo questa persona. Non sappiamo niente di lui. Non sappiamo nemmeno se i suoi cari sappiano quello che gli è successo. Non tutti si sentiranno coinvolti dall’evento, e comunque non tutti allo stesso modo.
Nonostante ciò, prima di tutte le analisi, si fanno largo in noi soprattutto molta rabbia e tristezza.

Caccia all’Uomo Nero

(ENG BELOW)
Nella giornata di lunedì 20 Febbraio la polizia di Como ha dato vita a un’autentica caccia all’uomo nelle strade della città, nei luoghi abitualmente frequentati dai migranti e in quelli che danno loro rifugio. Nello specifico: l’oratorio di San Rocco, il piazzale del centro diurno del Don Guanella, Piazza Vittoria, Piazza Camerlata e Giardini a Lago.

Complessivamente sono state rastrellate una cinquantina di persone prive di documenti o presunte tali, di diversa età e nazionalità. Queste persone sono stare portate alla sede della polizia di frontiera da dove circa trenta migranti “irregolari” sono stati deportati a Taranto, nell’ottica di un rimpatrio quasi certo.

Un gran numero di persone testimonia il carattere violento e razzista del rastrellamento: manette, pestaggi e identificazioni forzate di chiunque non fosse bianco, inclusi due studenti medi che prendevano il bus dopo la scuola. A chi ha provato a filmare l’episodio è stato distrutto il telefono.

Dopo solo due giorni dalla sua entrata in vigore assistiamo all’efficientissima attuazione del decreto Minniti, colloquialmente ribattezzato dalle forze dell’ordine “pulizia della città” dai migranti ritenuti irregolari, un numero sempre in crescita.

Esporre persone già vulnerabili alla violenza istituzionalizzata di questi nuovi rastrellamenti rappresenta una intollerabile escalation nel clima di terrore imposto sui migranti e in città.
In questo contesto di razzismo istituzionale, cosa dobbiamo aspettarci per la prossima stagione?

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On February 20, police in Como launched a true manhunt throughout the streets of the town, in the areas where migrants usually hang out, and in the places that shelter them. More specifically: San Rocco, the daytime centre at Don Guanella, Piazza Vittoria, Piazza Camerlata, and Lake Gardens.

Overall, around 50 people of different ages and nationalities have been rounded up – without documents (or assumed to be). These people were first brought to a border police station, from where around 30 were deported to Taranto and Soutern Italy, facing an almost certain deportation back to their countries of origin.

A number of people testified the violent and racist character of these events: handcuffs, beatings, and forced identifications of every non-white person – including two middle school students waiting for their bus after school. The phone of a person that tried to record the events was smashed.

Two days after its coming into effect, we are already seeing the efficient implementation of the Minniti decree, re-named by law enforcement “city clearing”.

To expose already vulnerable people to institutional violence of these manhunts shows an unbearable escalation to the climate of fear imposed on migrants in town. In this context of institutional macis, we wonder what to expect for the coming season.

Auguri per le feste

Come di consueto, in tempo di Natale si sono sprecati i richiami al povero bambin Gesù partorito nel gelo di una stalla come monito a un’umana e caritatevole accoglienza. Quello che viene spesso omesso è che se Giuseppe e la sua giovane consorte si trovavano a spasso per la Galilea non era certo per diletto, ma per le disposizioni del governatore Quirinio che li obbligavano a censirsi, al pari di tutta la popolazione della provincia, onde rafforzare il controllo del territorio e stimarne la ricchezza in vista del suo sfruttamento da parte dell’Impero. Poco dopo, l’allegra famigliola dovette mettersi nuovamente in viaggio e riparare in Egitto, per fuggire alle persecuzioni di chi vedeva nella loro esistenza una minaccia per la preservazione dell’ordine e del potere costituito.
Se per amor di retorica si volesse fare un paragone tra le vicende evangeliche e le attuali, è forse su questi punti che varrebbe allora la pena concentrarsi. A tratti infatti sembra dimenticarcisi che se tuttora tra i 300 e i 400 migranti stazionano in quel di Como non è certo per ammirarne le tanto decantate bellezze turistiche, ma a causa delle continue destabilizzazioni in corso nei paesi d’origine (basti citare il rifiuto del presidente Jammeh di accettare i risultati elettorali in Gambia, il dramma della Siria, il proseguimento della costruzione della diga nella valle dell’Omo in Etiopia ad opera dell’italianissima Salini-Impregilo, con il conseguente esodo di contadini Oromo), di un sistema di respingimenti sempre più spietato, di un’accoglienza forzata e in definitiva priva di prospettive.

Molti di coloro che arrivano nella nostra città non sanno più dove andare a parare e cercano di spostarsi all’estero dopo essersi allontanati dai malmessi campi italiani o aver perso qualunque chance di regolarizzazione. In frontiera i respingimenti proseguono a pieno regime, con una media di 580 a settimana nell’arco dell’ultimo mese. Intanto, presso il campo governativo di via Teodolinda, in un primo momento si è provveduto ad ampliare la capienza inserendo due letti aggiuntivi a container, secondo una procedura di carceraria memoria; successivamente è stata apposta una guardiola e l’accesso è stato ristretto ai soli minorenni e a chi, dopo aver acconsentito a farsi identificare in questura, non risulta precedentemente registrato altrove. Mentre per questi l’appuntamento con la strada è verosimilmente rimandato di un anno o due – il tempo di compiere la maggiore età o espletare l’iter della domanda d’asilo – i secondi vengono lasciati da subito e senza troppi complimenti all’esterno.
Di qui, a fronte di un campo mezzo vuoto, le numerose persone che ancora oggi restano all’addiaccio: circa una cinquantina a notte, secondo i puntuali report di #accoglienzafredda. Se qualcuno non ci ha ancora rimesso la pelle in effetti è grazie alla disponibilità dell’oratorio di Rebbio e all’instancabile operato di un pugno di volontari, peraltro ampiamente osteggiato dalle autorità di frontiera e dagli operatori del campo governativo. Nell’anno che, dopo la stretta al regime confinario europeo, si qualifica come quello più drammatico in termini di morti di frontiera (5000 tra Mar Mediterraneo e Europa, una media di 14 al giorno con un rapporto tra numero di sbarchi e numero di morti triplicato rispetto al 2015), ai confini italiani da quest’estate se ne contano 10: alcuni travolti da treni e automezzi, altri precipitati dai cavalcavia nel tentativo di eludere i controlli frontalieri tra Ventimiglia e il Brennero.

Anche a Como si persegue la deliberata volontà di creare un clima di ostilità per i migranti, al misero quanto inconsistente scopo di dissuaderli dal farsi vivi. Le persone senza documenti e con la pelle nera, sottoposte a una rigida procedura di selezione ed esclusione, si trovano così stretti tra le leggi dell’Unione Europea e quelle del mercato, che spesso e volentieri vanno a braccetto. Nei progetti di accoglienza, nei cantieri e nei campi, si lavora a un regime di gratuità o di semi-schiavitù, che fa certo comodo a chi ci si arricchisce ma si ripercuote sui diritti e sui salari di tutti… A testimonianza di come la questione migrante si inscriva nei processi di marginalizzazione e impoverimento che riguardano tutti noi.
Sta facendo parlare di sé l’ultima dichiarazione congiunta del capo della Polizia Franco Gabrielli – il regista delle deportazioni made in Italy che si fregia di “essere sempre stato stato uno sbirro, anche da prefetto o capo della protezione civile” – e del ministro dell’interno Marco Minniti, che asserisce che la presenza di migranti irregolari sul territorio nazionale “non è più solo un problema di ordine pubblico, ma una questione su cui si gioca la tenuta del tessuto democratico del Paese”. I due, dopo aver constatato la catastrofe in atto in materia d’asilo e migrazioni, lungi dall’assumersene la benché minima responsabilità auspicano una riapertura dei CIE e un incremento delle espulsioni. Ciò a cui complessivamente assistiamo, oltre all’embrionale riaffermazione di un regime di apartheid, è la comprensibile conseguenza della riduzione del fenomeno migratorio a un problema di ordine e sicurezza pubblica, da affrontare principalmente in termini sanitari e polizieschi.

E se qualcuno non mancherà di citare il caso di Anis Amri, l’attentatore di Berlino recentemente fermato e “soppresso” a un posto di blocco nei pressi della stazione di Sesto San Giovanni, a giustificazione di nuove e più severe misure di controllo, ai nostri occhi non rappresenta che un’ulteriore evidenza del totale fallimento delle politiche migratorie europee: un giovane tunisino giunto in Italia a bordo di un barcone dopo le primavere arabe, dichiaratosi minorenne nella speranza di ottenere asilo, incarcerato dopo aver protestato contro le condizioni e la lunghezza del periodo di accoglienza, trasferito in un CIE e infine rilasciato sul territorio con un decreto di espulsione in mano. Elementi che per un verso o per l’altro stanno caratterizzando il vissuto di sempre più migranti, con il non sorprendente esito di marcarne il diffuso desiderio di ribalta di uno spiccato odio verso l’occidente, le sue leggi, la sua polizia e i suoi privilegi.
Questo sempre che l’esasperazione non conduca a gesti di altro tipo, come attestano i molteplici suicidi compiuti o tentati nei diversi centri di accoglienza della penisola (e non di meno al camposanto di via Teodolinda, ammantati di un alone di discrezione tale da rasentare l’omertà). Normalmente in questi casi la risposta è un invio in psichiatria, operazione finalizzata a riportare tali gesti a una fragilità psichica di natura individuale. In fondo non si può che stare allegri, in un luogo in cui si è nominati con le 4 cifre riportate sul badge identificativo, che funge da centro di segregazione e smistamento retto sulle deportazioni da un lato, sulla rete di passeuraggio/adescamento sviluppatasi al suo esterno dall’altro.

Possiamo allora domandare a gran voce adeguati servizi di supporto psicologico, ma non dimentichiamo che episodi del genere derivano dalle condizioni materiali che dispongono la subordinazione e lo sgretolamento di qualsivoglia progetto di vita.
Possiamo lamentare l’inadeguatezza dell’assistenza legale fornita in modo del tutto approssimativo e sbrigativo, ma non giustifichiamo l’interminabile e controverso iter burocratico previsto per poter affermare la libertà di stare dove si è.
Possiamo auspicare l’apertura di uno spazio più grande e meno oppressivo, ma riconosciamo che questa necessità nasce dalla negazione della possibilità di movimento, residenza, autodeterminazione e partecipazione anche ai più elementari processi decisionali relativi a sé stessi e alla collettività.
È su questi punti quindi che preferiamo concentrarci, così come alla difficoltà di accedere alla casa e a un reddito dignitoso, tratti che non dovrebbero essere rimessi al benvolere di alcuna autorità e che accomunano il vissuto dei migranti al nostro e a quello dei tanti senza tetto della città. Anche loro, guarda caso, trattati all’insegna dell’emergenza, dell’occultamento o della commiserazione.

Su queste note, i nostri più sentiti auguri per l’anno che viene.
Yallah Como

Racconto #2

Ecco un altro dei video realizzati da alcune delle persone passate da Como per raccontare quello che hanno vissuto qui dalla loro prospettiva: il rapporto con l’autorità, la solidarietà condivisa, e il confronto con il resto dell’Europa.

Ciao, sono Sabeel.
Sono stato a Como per quasi 5 settimane, più o meno. Nella mia esperienza a Como ci sono state due parti: la prima parte sono la gente e la città, ed è stato positivo e impressionante, questo posso davvero dirlo… Non ci siamo mai sentiti soli. Rispetto ai nostri problemi hanno fatto quello che potevano, perché ci sono alcune parti su cui non possono fare nulla… Vuoi passare il confine e non possono aiutarti granché in questo.
L’altra parte è la parte politica, il governo intendo. All’inizio abbiamo avuto un incontro con dei rappresentanti del governo e ci hanno detto che sarebbero stati dalla nostra parte, ma “per quanto riguarda gli altri Paesi non possiamo fare molto, perché non è la nostra legge, non sono i nostri regolamenti, sono le leggi e i regolamenti di altri Paesi… ma cercheremo di fare qualcosa!”
In un primo momento abbiamo pensato… abbiamo creduto che avevano intenzione di fare qualcosa, ma alla fine hanno iniziato a mandare la gente a Taranto e molto altro… e abbiamo capito che non se ne interessano per davvero e che sono tendenzialmente indifferenti.
Riguardo agli europei e agli italiani, a come trattano i migranti, non è come dovrebbe essere, perché gli europei è come se facessero leggi, regolamenti, poi quando arrivano i migranti semplicemente li respingono indietro e non rispettano le lore stesse leggi e regolamenti, e gli italiani non dicono niente a riguardo. Possono fare qualcosa, ma scelgono di non fare nulla. Questo è come penso tutta Europa tratti i migranti, non è una questione umanitaria, il loro approccio non è di quel tipo, non è umanitario… lo usano per le ragioni politiche, per la loro agenda, non per ragioni umanitarie.
Quando hanno cominciato a costruire un campo a Como siamo stati informati che sarebbe stato aperto, che non sarebbe stato un problema per noi uscire e entrare, che non c’era da preoccuparsi… ma più tardi ci siamo accorti che era come gli altri campi, cioè una sorta di prigione, più o meno è così. La maggior parte dei campi governativi assomigliano a delle prigioni, niente di meno.
Eh.. Sono stato fortunato, ho raggiunto la Francia e posso dirvi che dopo due mesi in Francia la situazione non è buona o migliore… è pressapoco lo stesso in tutta Europa, questo è quanto…. Grazie.