Auguri per le feste

Come di consueto, in tempo di Natale si sono sprecati i richiami al povero bambin Gesù partorito nel gelo di una stalla come monito a un’umana e caritatevole accoglienza. Quello che viene spesso omesso è che se Giuseppe e la sua giovane consorte si trovavano a spasso per la Galilea non era certo per diletto, ma per le disposizioni del governatore Quirinio che li obbligavano a censirsi, al pari di tutta la popolazione della provincia, onde rafforzare il controllo del territorio e stimarne la ricchezza in vista del suo sfruttamento da parte dell’Impero. Poco dopo, l’allegra famigliola dovette mettersi nuovamente in viaggio e riparare in Egitto, per fuggire alle persecuzioni di chi vedeva nella loro esistenza una minaccia per la preservazione dell’ordine e del potere costituito.
Se per amor di retorica si volesse fare un paragone tra le vicende evangeliche e le attuali, è forse su questi punti che varrebbe allora la pena concentrarsi. A tratti infatti sembra dimenticarcisi che se tuttora tra i 300 e i 400 migranti stazionano in quel di Como non è certo per ammirarne le tanto decantate bellezze turistiche, ma a causa delle continue destabilizzazioni in corso nei paesi d’origine (basti citare il rifiuto del presidente Jammeh di accettare i risultati elettorali in Gambia, il dramma della Siria, il proseguimento della costruzione della diga nella valle dell’Omo in Etiopia ad opera dell’italianissima Salini-Impregilo, con il conseguente esodo di contadini Oromo), di un sistema di respingimenti sempre più spietato, di un’accoglienza forzata e in definitiva priva di prospettive.

Molti di coloro che arrivano nella nostra città non sanno più dove andare a parare e cercano di spostarsi all’estero dopo essersi allontanati dai malmessi campi italiani o aver perso qualunque chance di regolarizzazione. In frontiera i respingimenti proseguono a pieno regime, con una media di 580 a settimana nell’arco dell’ultimo mese. Intanto, presso il campo governativo di via Teodolinda, in un primo momento si è provveduto ad ampliare la capienza inserendo due letti aggiuntivi a container, secondo una procedura di carceraria memoria; successivamente è stata apposta una guardiola e l’accesso è stato ristretto ai soli minorenni e a chi, dopo aver acconsentito a farsi identificare in questura, non risulta precedentemente registrato altrove. Mentre per questi l’appuntamento con la strada è verosimilmente rimandato di un anno o due – il tempo di compiere la maggiore età o espletare l’iter della domanda d’asilo – i secondi vengono lasciati da subito e senza troppi complimenti all’esterno.
Di qui, a fronte di un campo mezzo vuoto, le numerose persone che ancora oggi restano all’addiaccio: circa una cinquantina a notte, secondo i puntuali report di #accoglienzafredda. Se qualcuno non ci ha ancora rimesso la pelle in effetti è grazie alla disponibilità dell’oratorio di Rebbio e all’instancabile operato di un pugno di volontari, peraltro ampiamente osteggiato dalle autorità di frontiera e dagli operatori del campo governativo. Nell’anno che, dopo la stretta al regime confinario europeo, si qualifica come quello più drammatico in termini di morti di frontiera (5000 tra Mar Mediterraneo e Europa, una media di 14 al giorno con un rapporto tra numero di sbarchi e numero di morti triplicato rispetto al 2015), ai confini italiani da quest’estate se ne contano 10: alcuni travolti da treni e automezzi, altri precipitati dai cavalcavia nel tentativo di eludere i controlli frontalieri tra Ventimiglia e il Brennero.

Anche a Como si persegue la deliberata volontà di creare un clima di ostilità per i migranti, al misero quanto inconsistente scopo di dissuaderli dal farsi vivi. Le persone senza documenti e con la pelle nera, sottoposte a una rigida procedura di selezione ed esclusione, si trovano così stretti tra le leggi dell’Unione Europea e quelle del mercato, che spesso e volentieri vanno a braccetto. Nei progetti di accoglienza, nei cantieri e nei campi, si lavora a un regime di gratuità o di semi-schiavitù, che fa certo comodo a chi ci si arricchisce ma si ripercuote sui diritti e sui salari di tutti… A testimonianza di come la questione migrante si inscriva nei processi di marginalizzazione e impoverimento che riguardano tutti noi.
Sta facendo parlare di sé l’ultima dichiarazione congiunta del capo della Polizia Franco Gabrielli – il regista delle deportazioni made in Italy che si fregia di “essere sempre stato stato uno sbirro, anche da prefetto o capo della protezione civile” – e del ministro dell’interno Marco Minniti, che asserisce che la presenza di migranti irregolari sul territorio nazionale “non è più solo un problema di ordine pubblico, ma una questione su cui si gioca la tenuta del tessuto democratico del Paese”. I due, dopo aver constatato la catastrofe in atto in materia d’asilo e migrazioni, lungi dall’assumersene la benché minima responsabilità auspicano una riapertura dei CIE e un incremento delle espulsioni. Ciò a cui complessivamente assistiamo, oltre all’embrionale riaffermazione di un regime di apartheid, è la comprensibile conseguenza della riduzione del fenomeno migratorio a un problema di ordine e sicurezza pubblica, da affrontare principalmente in termini sanitari e polizieschi.

E se qualcuno non mancherà di citare il caso di Anis Amri, l’attentatore di Berlino recentemente fermato e “soppresso” a un posto di blocco nei pressi della stazione di Sesto San Giovanni, a giustificazione di nuove e più severe misure di controllo, ai nostri occhi non rappresenta che un’ulteriore evidenza del totale fallimento delle politiche migratorie europee: un giovane tunisino giunto in Italia a bordo di un barcone dopo le primavere arabe, dichiaratosi minorenne nella speranza di ottenere asilo, incarcerato dopo aver protestato contro le condizioni e la lunghezza del periodo di accoglienza, trasferito in un CIE e infine rilasciato sul territorio con un decreto di espulsione in mano. Elementi che per un verso o per l’altro stanno caratterizzando il vissuto di sempre più migranti, con il non sorprendente esito di marcarne il diffuso desiderio di ribalta di uno spiccato odio verso l’occidente, le sue leggi, la sua polizia e i suoi privilegi.
Questo sempre che l’esasperazione non conduca a gesti di altro tipo, come attestano i molteplici suicidi compiuti o tentati nei diversi centri di accoglienza della penisola (e non di meno al camposanto di via Teodolinda, ammantati di un alone di discrezione tale da rasentare l’omertà). Normalmente in questi casi la risposta è un invio in psichiatria, operazione finalizzata a riportare tali gesti a una fragilità psichica di natura individuale. In fondo non si può che stare allegri, in un luogo in cui si è nominati con le 4 cifre riportate sul badge identificativo, che funge da centro di segregazione e smistamento retto sulle deportazioni da un lato, sulla rete di passeuraggio/adescamento sviluppatasi al suo esterno dall’altro.

Possiamo allora domandare a gran voce adeguati servizi di supporto psicologico, ma non dimentichiamo che episodi del genere derivano dalle condizioni materiali che dispongono la subordinazione e lo sgretolamento di qualsivoglia progetto di vita.
Possiamo lamentare l’inadeguatezza dell’assistenza legale fornita in modo del tutto approssimativo e sbrigativo, ma non giustifichiamo l’interminabile e controverso iter burocratico previsto per poter affermare la libertà di stare dove si è.
Possiamo auspicare l’apertura di uno spazio più grande e meno oppressivo, ma riconosciamo che questa necessità nasce dalla negazione della possibilità di movimento, residenza, autodeterminazione e partecipazione anche ai più elementari processi decisionali relativi a sé stessi e alla collettività.
È su questi punti quindi che preferiamo concentrarci, così come alla difficoltà di accedere alla casa e a un reddito dignitoso, tratti che non dovrebbero essere rimessi al benvolere di alcuna autorità e che accomunano il vissuto dei migranti al nostro e a quello dei tanti senza tetto della città. Anche loro, guarda caso, trattati all’insegna dell’emergenza, dell’occultamento o della commiserazione.

Su queste note, i nostri più sentiti auguri per l’anno che viene.
Yallah Como

Racconto #2

Ecco un altro dei video realizzati da alcune delle persone passate da Como per raccontare quello che hanno vissuto qui dalla loro prospettiva: il rapporto con l’autorità, la solidarietà condivisa, e il confronto con il resto dell’Europa.

Ciao, sono Sabeel.
Sono stato a Como per quasi 5 settimane, più o meno. Nella mia esperienza a Como ci sono state due parti: la prima parte sono la gente e la città, ed è stato positivo e impressionante, questo posso davvero dirlo… Non ci siamo mai sentiti soli. Rispetto ai nostri problemi hanno fatto quello che potevano, perché ci sono alcune parti su cui non possono fare nulla… Vuoi passare il confine e non possono aiutarti granché in questo.
L’altra parte è la parte politica, il governo intendo. All’inizio abbiamo avuto un incontro con dei rappresentanti del governo e ci hanno detto che sarebbero stati dalla nostra parte, ma “per quanto riguarda gli altri Paesi non possiamo fare molto, perché non è la nostra legge, non sono i nostri regolamenti, sono le leggi e i regolamenti di altri Paesi… ma cercheremo di fare qualcosa!”
In un primo momento abbiamo pensato… abbiamo creduto che avevano intenzione di fare qualcosa, ma alla fine hanno iniziato a mandare la gente a Taranto e molto altro… e abbiamo capito che non se ne interessano per davvero e che sono tendenzialmente indifferenti.
Riguardo agli europei e agli italiani, a come trattano i migranti, non è come dovrebbe essere, perché gli europei è come se facessero leggi, regolamenti, poi quando arrivano i migranti semplicemente li respingono indietro e non rispettano le lore stesse leggi e regolamenti, e gli italiani non dicono niente a riguardo. Possono fare qualcosa, ma scelgono di non fare nulla. Questo è come penso tutta Europa tratti i migranti, non è una questione umanitaria, il loro approccio non è di quel tipo, non è umanitario… lo usano per le ragioni politiche, per la loro agenda, non per ragioni umanitarie.
Quando hanno cominciato a costruire un campo a Como siamo stati informati che sarebbe stato aperto, che non sarebbe stato un problema per noi uscire e entrare, che non c’era da preoccuparsi… ma più tardi ci siamo accorti che era come gli altri campi, cioè una sorta di prigione, più o meno è così. La maggior parte dei campi governativi assomigliano a delle prigioni, niente di meno.
Eh.. Sono stato fortunato, ho raggiunto la Francia e posso dirvi che dopo due mesi in Francia la situazione non è buona o migliore… è pressapoco lo stesso in tutta Europa, questo è quanto…. Grazie.

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Como, 15 dicembre 2016

È giunto anche per me il momento di cimentarmi con quello che, grazie alla dedizione di questura e prefettura, sembra ormai essere il filone letterario più affermato del comasco: le arringhe difensive contro le ingiustizie dei (pre)potenti. Difficile sarà tenere il passo con i fulgidi esempi che mi hanno preceduto, considerato che la noia non fa audience e il pubblico esige novità, ma il copione va ripetendosi in modo tristemente identico… Ad oggi i fogli di via dati da Como per i fatti di quest’estate hanno raggiunto quota 20.

Da diversi mesi assistiamo a una sistematica opera di estromissione degli indesiderati, che ha visto più attori contendersi il ruolo di protagonista. Se la stagione è stata inaugurata dalla cacciata di Firdaus ad opera di Bernasconi e Magatti, è proseguita con l’allontanamento dei ragazzi dell’associazione svizzera One Love da parte delle forze dell’ordine (a cui ha fatto seguito lo sciopero della fame dei migranti), lo sgombero della stazione coronato dal presidio fisso a difesa di un parco spettrale, i consiglieri comunali tenuti al di fuori e all’oscuro dei meccanismi di gestione del campo governativo, l’espulsione dallo stesso dei migranti insubordinati per mano degli operatori della Croce Rossa, lo sportello di orientamento psico-sociale di Medici Senza Frontiere liquidato dall’ASL, la prefettura che diffida i volontari che non si piegano in tutto e per tutto ai suoi dettami, mentre la questura colpisce quanti hanno espresso le critiche più radicali al sistema ideologico e logistico che regge il campo e il suo funzionamento.

In questo delizioso balletto dell’esclusione, a giustificazione del foglio di via che ho ricevuto mi si contesta l’aver preso parte a un volantinaggio non autorizzato presso la sede comasca della Rampinini, l’impresa di trasporti che svolge il ben retribuito incarico di “trasferire” i migranti dalla frontiera svizzera all’hotspot di Taranto. Tale volantinaggio di protesta, compiuto da una cinquantina migranti e da un piccolo gruppo di solidali, avrebbe causato intralcio alla circolazione, circostanza alquanto comica tenuto conto che l’accusa di intralciare la circolazione è mossa proprio a coloro che da settimane erano bloccati loro malgrado nella città di confine. Ebbene, rispetto a tutto ciò devo ammettere che non solo c’ero, ma approvo e mi compiaccio di quanto fatto dall’inizio alla fine, tanto da volervi allegare una foto ricordo.

I trasferimenti forzati su territorio nazionale, costati negli ultimi mesi 770mila euro di soldi pubblici (stando alla relazione del sottosegretario alla difesa, ma su questo rimando agli approfondimenti realizzati per Open Migration da Quadroni e Luppi e da De Monte per DinamoPress), sono una pratica disumana, illegale e inutile, ormai riconosciuta come tale finanche dal Siap, sindacato delle forze di polizia… Giuro. Insomma, chi insiste col perpetrarle probabilmente lo fa in virtù della caparbietà che prende piede quando il buon senso viene totalmente soppiantato da quello del Dovere. Scusate l’accenno pedante, ma appartiene alla deformazione professionale propria del mio essere educatore, mestiere esercitato a Como oltretutto, ironia della sorte.

Ci terrei comunque a specificare che prima di imbarcarmi in tale impresa scellerata mi ero prestato a fare da mediatore a un gruppo di migranti che aveva avanzato la richiesta di presentare al prefetto, in qualità di legale rappresentante del governo italiano a Como, alcune rimostranze rispetto al trattamento loro riservato e all’increscioso problema che andava generandosi in città, di cui erano i primi a fare le spese. Lo spettabile Bruno Corda si è subito dimostrato molto accondiscendente nei confronti delle loro istanze. In effetti, da quel momento in poi la situazione è cambiata sensibilmente: in frontiera i migranti hanno continuato a essere respinti e vessati, per poi essere caricati sui pullman e riportati a Taranto. Così – come emerge dalle video-testimonianze raccolte da Yallah Como – hanno capito che per migliorare la propria vita non si sarebbero dovuti aspettare gentili concessioni dall’alto, bensì mettersi in gioco in prima persona… e noi con loro.

Dal canto mio non ho problemi ad assumermi le responsabilità del mio operato, a differenza di chi smentisce istericamente quello che è ormai un fatto acclarato da un numero crescente di testimonianze, inchieste e rapporti (ultimo quello di Amnesty), ovvero che anche in Europa il viaggio dei/delle migranti, dai luoghi di sbarco a quelli di insediamento passando per i confini interni, rimane costellato di minacce, ricatti, violenze e torture. In gran parte è quel che si definisce “ordine pubblico”, lo stesso in nome del quale le nostre strade si affollano di telecamere, di militari (ultimamente così solerti da presentarsi addirittura alle assemblee cittadine) e di tutte quelle misure securitarie che hanno il nobile scopo di farci vivere più serenamente… Ma ne siamo proprio sicuri?

Penso che la migliore garanzia dell’instabilità sociale che sconteremo ora e negli anni a venire risieda da un lato nella discriminazione operata dal cosiddetto razzismo istituzionale, per usare le parole di Malcolm X, o razzismo di Stato, per usare quelle di Pietro Basso, dall’altro nelle dinamiche di sfruttamento messe in atto dagli interessi capitalistici più spregiudicati.

Prima dell’apertura del campo, avevamo predetto che sarebbe stato quello che si è dimostrato di essere. L’anno scorso in una manifestazione a Ventimiglia un cartellone esposto da un migrante recitava: “Stanno costruendo per noi una prigione”. A Como hanno fatto un cimitero e l’hanno chiamato accoglienza… e un cimitero nel vero senso del termine, smantellando in fretta e furia l’amianto presente in un’area destinata a uso cimiteriale in cui non stupisce che la gente cerchi di togliersi la vita. Non sono qui a perorare la causa della buona accoglienza, anzi, ritengo che innanzitutto dovremmo emanciparci dall’idea colonialista che i migranti vadano gestiti, istruiti e accompagnati a una corretta integrazione nella nostra (?) società. Da ciò deriverebbe la dismissione di tutta una serie di pratiche che procurano molti più danni di quanti non si propongano di risolvere, in primis le deportazioni.

Allo stato attuale dell’arte non è dato prevedere come si evolverà la situazione. Potremo riprecipitare nei deliri dell’identità, e qualcuno ci si mette di buzzo buono disconoscendo che la povertà nostra e la loro hanno la stessa radice (ricordo una sfilata non autorizzata di insulti ai migranti della stazione perpetrata da Salvini e soci, ma per loro nessuna conseguenza legale ovviamente); oppure potremo cercare di stare assieme felicemente, e vivere assieme e felicemente non in questo mondo, ma in quello nuovo che prenderà forma dalla convergenza delle nostre lotte e dall’incontro delle nostre fantasie.

Per chi si incammina su questo sentiero, l’uso dei fogli di via e di altre misure cautelari da parte delle questure in forma di rappresaglia politica non è una novità. Se in Val Susa ormai non si contano più quelle date a chi si oppone alle devastazioni ambientali, a Ventimiglia nell’arco di poco più di un anno sono stati emessi all’incirca sessanta fogli di via, provvedimenti che non prevedono nemmeno un passaggio in tribunale. Chissà cosa ne avrebbe pensato Perretta, insigne giudice di Como vittima a sua volta delle misure di confino fasciste?

Ad ogni modo, è stata una buffa coincidenza  ricevere la notifica del foglio di via dal capoluogo della provincia in cui abito la stessa settimana in cui il TAR della Liguria si è definitivamente espresso in favore dell’accoglimento del mio ricorso per quello datomi a Ventimiglia l’estate passata, dove per i casi fortuiti della vita già mi trovavo a contestare le procedure di riammissione coatta dei migranti rastrellati in territorio francese. Tutti i ricorsi finora presentati per i fatti di Ventimiglia sono stati accolti, con la condanna del ministero degli interni al pagamento delle spese processuali, che variano tra gli 800€ e i 2400€.

Da inguaribile ingenuo qual sono, cercherei a questo punto di essere più scrupoloso nell’uso delle pubbliche risorse appellandomi come previsto dalla legge al già citato prefetto, il quale avrà la facoltà di pronunciarsi sulla fondatezza o meno del provvedimento. Riservandomi di aggiornarvi sugli esiti di questo tentativo, vi rassicuro che in ogni caso il mio agire non si discosterà da quanto l’ha finora contraddistinto… con il più vivo augurio che su questa strada possa continuare a incontrare validi compagni di viaggio.

Un abbraccio sincero,

Jacopo

Racconto #1

In questo video, una delle persone che sono passate a Como questa estate parla della sua esperienza qui, dei migranti in Italia, e dei suoi progetti futuri.

Qual è stata la tua esperienza a Como?
La mia esperienza a Como è stata per me qualcosa di unico. Ciò ha a che vedere con molti aspetti dell’umanità. Mi ha aperto la mente e mi ha spinto a imparare molte cose, nuovi e diversi modi di pensare. E naturalmente, ha a che vedere con le persone che ci sono venute in aiuto. A questo punto, vorrei esprimere il mio rispetto per tutti loro, tutti gli amici che hanno provato a dare supporto in ogni modo possibile. Stando a Como, in quella situazione così speciale, ho imparato da tante culture diverse e sentito molte storie.

Cosa pensi del modo in cui l’Italia tratta i migranti?
Penso che questo sia una questione che riguarda diversi eventi su diversi livelli, sia in Italia in generale che a Como in particolare. Da un lato, ci sono metodi e reazioni crudeli, la politica illogica del governo italiano, che trascura intenzionalmente i bisogni e i diritti dei migranti. Dall’altro lato, c’è l’enorme supporto psicologico e morale, e l’aiuto delle persone normali, che ci ha dato forza, pazienza e speranza. Ma questa è soltanto una descrizione generale, che non è sufficiente a esprimere tutte le esperienze e i sentimenti.

Cosa pensi del campo governativo?
E’ folle e stupido accettare il campo dei container, e penso che tutti siano d’accordo con la mia opinione. Spiego le ragioni. Quello che succede nel campo è una sospensione dei diritti. Potete immaginare cosa significa vivere in una scatola? Immaginate di dover dormire ogni giorno con così tante persone, che non c’è abbastanza spazio. Immaginate che qualcun altro decide il momento in cui andare a dormire, cosa mangiare, le ore per entrare e uscire dal campo, immaginate che qualcuno semplicemente controlli la tua vita. Questo non è giusto. E se guardate più a fondo, si vede che non c’è differenza tra il campo e la prigione. E io non ho mai incontrato qualcuno che desideri andare in prigione, essere prigioniero senza condanna.

Dove sei adesso? Come ti trovi?
Ora sono in Germania, dopo un lungo viaggio, che è stato una battaglia, e dopo molte esperienze. E anche se sono qui, non ho ancora raggiunto il mio obiettivo. La mia storia non è ancora finita. Se voglio arrivarci, dobbiamo essere pronti, dobbiamo combattere per la nostra libertà e i nostri diritti.

Un’ultima nota: voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno aiutato e so che queste parole non sono abbastanza per esprimere I miei sentimenti, non sono abbastanza per spiegare il nostro esperimento a Como, non sono abbastanza per ringraziare davvero tutti quelli che mi hanno aiutato.

Assemblea Pubblica – Martedì 6 Dicembre

Il trasferimento dei migranti nel campo di via Regina, descritto dalla prefettura come una brillante operazione portata a termine da volontari e mediatori culturali – in effetti, imposto dall’assenza di opzioni alternative – ha significato un cambiamento nella quotidianità dei migranti che da Como tentano di varcare il confine, come anche nella possibilità da parte di chi è solidale di relazionarsi con loro.

La Prefettura, CRI e Caritas (responsabili rispettivamente della creazione del campo e della gestione dello stesso) hanno inizialmente fatto fronte ai vari gradi di critica e perplessità espressi circa la soluzione da loro predisposta, cercando una legittimazione nell’emergenzialità della situazione e una continuità con il percorso di solidarietà spontanea vissuto durante l’estate. Per questo motivo varie realtà associazionistiche, tra cui i volontari della mensa di S. Eusebio, in virtù dei rapporti di conoscenza e fiducia stabilitisi con le persone in transito, sono state ammesse nella struttura. Nonostante l’aperta ostilità dei gestori ufficiali, la loro presenza ha permesso di migliorare in modo parziale le condizioni di vita dei presenti, così come di monitorare le maggiori criticità.

Dopo alcune settimane, la situazione inizia già a mutare: le promesse iniziali riguardo l’assenza di procedure identificative all’ingresso vengono violate, mentre l’apparente ragion d’essere del campo (“Dare un’accoglienza dignitosa in vista del peggioramento delle condizioni metereologiche”, secondo il volantino distribuito questa estate da CRI) si manifesta come fittizia nella presenza quotidiana di diverse decine di migranti a cui viene negato l’accesso e che sarebbero costretti a dormire all’addiaccio, non fosse per soluzioni alternative proposte con l’aiuto della parrocchia di Rebbio e di alcuni volontari. L’ambigua estromissione dell’associazione Firdaus dal servizio pasti, l’emissione dei 19 fogli di via, l’intimidazione diretta da parte delle forze di polizia, e in generale i tentativi di isolare i migranti all’interno del campo stanno poi esplicitando la volontà di criminalizzare e reprimere quelle forme di solidarietà scomode, non rivolte a colmare le mancanze delle istituzioni o a rivestire il campo di una patina di umanità.

Nei giorni scorsi Flavio Bogani (organizzatore della mensa di S. Eusebio) è stato allontanato dal campo, per aver chiesto agli operatori CRI di distribuire loro stessi al suo interno degli inviti a dei pomeriggi di socializzazione. Guardando al di là dell’ingiustizia di questi provvedimenti mirati a punire chi solidarizza con i migranti, il carattere pretestuoso di questo intervento dimostra una cosa: l’amministrazione del campo non sente (più) il bisogno di rispondere del suo operato verso chi cerca di osservarne l’evoluzione. Crediamo che questo rappresenti un preoccupante cambio di passo nella apparente pacificazione della situazione in frontiera, da cui peraltro le operazioni di trasferimento forzato dei migranti non si sono mai fermate.

Per questo riteniamo importante riflettere su come ricalibrare e riformulare le nostre pratiche di fronte ad una situazione che, pur mutando costantemente, conserva inalterato il suo fondamento: mantenere i migranti in uno stato di controllo e subalternità. Come integrare la necessità di garantire la sopravvivenza di queste persone senza riproporre relazioni di dipendenza? Come solidarizzare con i migranti andando oltre la soddisfazione dei bisogni primari, provando a sostenerli nei loro desideri e progetti di vita? Come resistere alle diverse forme con cui la repressione ha colpito la solidarietà a Como?

Yallah Como

Martedì 6 Dicembre
Ore 21.00
Spazio Gloria, via Varesina 72

Libertà per il movimento migrante, Libertà per il movimento solidale

Presidio in Largo Miglio
Sabato 5.11
14.-17.

Da quando è stato aperto il campo governativo “di transito”, nuovi confini minacciano la nostra città di frontiera.
Oltre al confine elvetico, che impedisce a centinaia di persone di proseguire il loro viaggio, altre barriere vengono imposte dall’alto per cercare di interrompere i percorsi di solidarietà che in questi mesi si sono costruiti.

E’ un confine il cancello del campo, che ghettizza i migranti in un dimenticatoio sociale, non consente di comunicare quotidianamente con loro, ed esclude i molti che vorrebbero dare vita a realtà diverse di intesa e sostegno.

Sono un confine le regole non divulgate del campo, che creano una divisione ancora più netta tra chi è dentro e chi è fuori, e lasciano spazio a discrezionalità nella loro applicazione.

E’ un confine l’esclusività di CRI e Caritas nella gestione di un campo che preclude ad atri soggetti di intervenire per creare tipologie altre di interazione e prossimità.

Sono un confine i fogli di via, che vorrebbero allontanare dalla città le stesse persone che questa estate hanno condiviso con i migranti un percorso di solidarietà e mobilitazione.

OPPONIAMO A QUESTA LOGICA DI ESCLUSIONE ED ISOLAMENTO LA PIU’ DETERMINATA E COMPATTA RESISTENZA

SCAVALCHIAMO I CONFINI E COSTRUIAMO SOLIDARIETA’

DA QUI NON CE NE ANDIAMO!

reprimere

FOGLIO DI VIA – art. 2 del D. Lgs.159/2011

“Qualora le persone indicate nell’articolo precedente  siano pericolose per la sicurezza pubblica o per la pubblica moralità e si trovino fuori dei luoghi di residenza, il questore può rimandarvele con provvedimento motivato e con foglio di via obbligatorio, inibendo loro di ritornare, senza preventiva autorizzazione ovvero per un periodo non superiore a tre anni, nel comune dal quale sono state allontanate. Il contravventore è punito con l’arresto da uno a sei mesi”.

Dalla seconda metà di Settembre, a seguito di alcuni episodi avvenuti in complicità e solidarietà ai migranti accampati alla stazione di Como San Giovanni, la Questura ha cominciato ad attuare le prime misure repressive nei confronti di alcuni ed alcune solidali, nella fattispecie ad ora sono stati emessi 16 fogli di via dalla città di Como, della durata da 1 a 3 anni. Gli episodi ai quali la Polizia ha fatto riferimento per emanare queste “misure preventive” sono sostanzialmente tre: Il primo è più isolato, avvenuto in data 20 agosto, quando si diffuse in stazione la voce che il confine italo-svizzero sarebbe stato aperto, con la concomitante distribuzione e compilazione massiccia di un modulino prestampato di richiesta di asilo. Di quell’episodio la Polizia ha attribuito la responsabilità a due solidali svizzero-tedeschi, i quali, sempre secondo la Polizia, aiutarono i migranti nella compilazione di tali moduli. Nei loro confronti son stati emessi i primi due fogli di via; il secondo è legato al 5 settembre, quando alcuni solidali si sono prodigati nel distribuire del cibo ai migranti nel parco della stazione. Questa situazione ha determinato dei momenti di tensione con le Forze dell’Ordine che hanno deciso di impedire con un intervento in forze tale distribuzione e con la conseguente risposta di migranti e solidali per fermare ed ostacolare tale azione di polizia. Evidentemente l’ autorganizzazione disturba i difensori dell’ordine costituito, che si vedono così togliere terreno da sotto i piedi, dato che con la messa in atto di questa pratica vengono delegittimati gli enti legati allo Stato, in questo caso CRI e Caritas, e si rompono quelle dinamiche di delega e dipendenza che minano la libertà dei migranti; il terzo episodio invece risale a un presidio/volantinaggio del 12 Settembre, mutato poi in un blocco del traffico in via Napoleona durato alcuni minuti, davanti a una sede della ditta Rampinini, azienda tra le tante responsabile della deportazione di questi migranti nei vari Hotspot (centri di identificazione e smistamento) del sud Italia, prevalentemente a Taranto.

Ovviamente per la Questura, chi ha aderito a queste iniziative, è un soggetto socialmente pericoloso. Il suo obbiettivo, caldamente spalleggiato dai giornali locali, è criminalizzare una parte dei solidali, tentando di isolarli e renderli più facilmente colpibili e vulnerabili, affinché la situazione torni (e resti) nella normalità pacificata che tanto si augura. Secondo la stessa logica che giustifica il campo istituzionale e le deportazioni, l’allontanare il conflitto diventa una soluzione. Quindi, con l’emissione di queste 16 misure preventive, lo Stato con l’appoggio del suo braccio armato, la Questura, innalza l’ennesimo muro, l’ennesimo limite, l’ennesima frontiera. Da una parte pone uomini e donne che non possono muoversi liberamente passando tra una Paese e l’altro della fortezza Europa e dall’altra ci sono individui che non possono sostare in alcune città per una presunta pericolosità sociale, trovandosi così privati di rapporti, luoghi, vissuti.La pericolosità sopracitata è presunta, in quanto l’emanazione di un foglio di via neanche richiede un’indagine in atto, ma è un provvedimento rilasciato direttamente dal Questore, in maniera spesso arbitraria.Ciò evidenzia la natura palesemente fascista di questa misura; non a caso, il foglio di via riecheggia nemmeno troppo lontanamente alcune misure del famigerato Codice Rocco, peraltro tutt’ora in uso.

Socialmente pericoloso, quindi potenzialmente violento.Vorremmo soffermarci un po’ di più su questa parola che tanto fa scalpore.Violenza. È violenza frapporsi a un reparto della GDF in assetto antisommossa per garantire la distribuzione di cibo a delle persone che vivono in uno stato di assoluta precarietà, o piuttosto lo sgombero poliziesco di un accampamento manganelli alla mano? È violenza volantinare contro un’azienda che deporta (e come lei, tante altre) queste persone come fossero dei pacchi postali da schedare e classificare, oppure lo è la deportazione stessa? È violenza il cercare di instaurare dei rapporti con dei e delle migranti e organizzarsi con loro riunendosi in un’assemblea, o lo è l’istituzione di un campo governativo, dove queste persone vengono stipate, schedate, oggettificate e infantilizzate? Chiaro, solo per pochi giorni, successivamente verranno ributtati per strada e in breve tempo neanche lì sarà permesso loro di stare. È violenza un corteo per le strade di Como, una scritta su un muro, un manifesto attacchinato abusivamente, o lo sono le ore passate in questura, l’assidua e sempre più numerosa presenza di poliziotti per le strade o lo sguardo vigile dei luccicanti occhi di vetro della videosorveglianza?

Inoltre la repressione agisce su vari livelli, a volte più evidenti, altre più sottili. Basta pensare al fatto che nel centro gestito dalla CRI, i solidali che prima intervenivano a Como San Giovanni, o in altri luoghi della città, per portare un aiuto materiale ai migranti, ora non hanno più la possibilità di farlo se non sottostando alle pretestuose regole, autoritarie e coercitive, che la stessa CRI impone . Non è forse anche questa una sfumatura più subdola e sottile della repressione? Da qui la conclusione che la repressione non riguarda solo quegli individui che i giornali tanto amano etichettare come No Borders, ma riguarda tutto quel bacino più ampio ed eterogeneo di persone che hanno portato la loro solidarietà ai e alle migranti in questi ultimi due mesi.

Noi non rispetteremo questa misura, né lasceremo che sia un pezzo di carta a dirci dove possiamo o non possiamo stare! La solidarietà non si spezza! Siamo noi a decidere dove e con chi stare, non certo la Questura!

“Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano occupati” – B. Brecht

Alcun* Bandit* 13/10/2016