À la guerre comme à la guerre

A poche settimane di distanza dalla morte del ventenne maliano, un’altra persona è rimasta folgorata cercando di salire sul tetto di un treno diretto in Svizzera.

“Non c’è nessun posto sicuro se non è garantita la libertà di frequentarlo. Non c’è nessuna libertà se non viene garantita la sicurezza del libero andare”.

Sone parole di Minniti, il ministro dell’interno italiano, paradossalmente usate per fare propaganda del suo nuovo decreto sulla sicurezza. Dopo quello con cui ha rilanciato il sistema di detenzione ed espulsione dei migranti, le forze dell’ordine della nostra città si sono cimentate in operazioni di bonifica etnica nei luoghi che davano conforto alle persone private del discutibile privilegio di possedere documenti.

La guerra alle migrazioni ha responsabili, tattiche e mercenari.

A mezzo stampa, la ditta Rampini recluta nuovi conducenti per continuare a svolgere, su mandato della prefettura di Como, il compito di “alleggerire la pressione in frontiera” tramite la deportazione dei migranti trattenuti dalle guardie di confine. Intanto le ossessioni securitarie – e le speculazioni elettorali – leghiste invocano l’intervento dell’ASL presso i locali della parrocchia di Rebbio: con l’alibi dell’igiene e l’azienda sanitaria controllata dagli amici degli amici, ci si scaglia contro la struttura che assicura agli espulsi dalla macchina dell’“accoglienza” la possibilità di non dormire in strada, mentre gli stucchevoli video diffusi da EspansioneTV fomentano allarmi e incensano aguzzini.

La guerra alle migrazioni ha interessi, complici e agitatori.

Lungo i frastagliati territori in cui si incardinano le pratiche di confinamento ed esclusione, si moltiplicano i processi ai solidali che hanno interferito con il loro funzionamento, colpiti con multe, fogli di via e condanne. Similmente, le ONG che provano a soccorrere quei migranti che, in mancanza di altri mezzi, si affidano ai trafficanti nel tentativo di raggiungere l’Europa, sono fatte oggetto di una massiccia campagna di criminalizzazione.

A inizio mese, durante lo sgombero del “Gran Ghetto” di Rignano disposto dalle autorità, un incendio doloso smorza le proteste dei lavoratori migranti e costa la vita a due di loro.
Poco dopo le 17.00 di sabato 18 marzo, a Chiasso, la repressione della libertà di movimento si abbatte con brutale durezza sui sogni e sulla vita di un’altra persona in viaggio.

La guerra alle migrazioni ha resistenze, ribellioni e vittime.

È tempo per noi di dichiarare guerra alla guerra in atto, e di opporci ad essa con ogni mezzo necessario. Contro l’ingiustizia mortifera della guerra alle migrazioni, non cesseremo di farci vivi.

6 Senza Frontiere

Non è dato sapere chi fosse la persona che pochi giorni fa è morta
folgorata sul tetto di un treno TILO, nascondendosi dai controlli delle
guardie di confine nel tentativo di oltrepassare la frontiera
italo-svizzera.

Il suo nome, la sua storia, i suoi sogni sono ridotti a quei pochi tratti che l’autopsia riconsegna ai trafiletti di giornale: uomo, africano, migrante. Quello che sappiamo con sempre maggiore chiarezza, invece, è che le istituzioni continuano a silenziare gli eventi che colpiscono chi si scontra con l’ingiustizia dei regimi confinari: che si muoia annegati
nel Mediterraneo, investiti in una galleria di frontiera, nel deserto libico o quasi assiderati a Como, l’interesse di chi governa è scaricarsi dalla responsabilità di questi fatti, liquidandoli come incidenti o fatalità – o ancor peggio, come il risultato di scelte individuali incoscienti e avventate.

Al contrario, in questo clima generale di innalzamento di barriere, irrigidimento dei confini, ripristino dei CIE, istituzione di ulteriori e più spietati dispositivi di rastrellamento, deportazione e rimpatrio, i migranti non muoiono per errore. Da un lato abbiamo chi conduce una vera e propria guerra alle migrazioni, con la complicità di organizzazioni come la Croce Rossa e aziende come la Rampinini, dall’altro coloro che non si piegano alla realtà di povertà e sfruttamento a loro riservata e mettono a rischio la vita pur di affermare la propria libertà e autonomia.

***

Non conoscevamo questa persona. Non sappiamo niente di lui. Non sappiamo nemmeno se i suoi cari sappiano quello che gli è successo. Non tutti si sentiranno coinvolti dall’evento, e comunque non tutti allo stesso modo.
Nonostante ciò, prima di tutte le analisi, si fanno largo in noi soprattutto molta rabbia e tristezza.

Comunicato

Nella giornata di lunedì la polizia di Como ha dato vita a un’autentica caccia all’uomo nelle strade della città, nei luoghi abitualmente frequentati dai migranti e in quelli che danno loro rifugio. Nello specifico: l’oratorio di San Rocco, il piazzale del centro diurno del Don Guanella, Piazza Vittoria, Piazza Camerlata e Giardini a Lago.

Complessivamente sono state rastrellate una cinquantina di persone prive di documenti o presunte tali, di diversa età e nazionalità. Queste persone sono stare portate alla sede della polizia di frontiera da dove circa trenta migranti “irregolari” sono stati deportati a Taranto, nell’ottica di un rimpatrio quasi certo.

Un gran numero di persone testimonia il carattere violento e razzista del rastrellamento: manette, pestaggi e identificazioni forzate di chiunque non fosse bianco, inclusi due studenti medi che prendevano il bus dopo la scuola. A chi ha provato a filmare l’episodio è stato distrutto il telefono.

Dopo solo due giorni dalla sua entrata in vigore assistiamo all’efficientissima attuazione del decreto Minniti, colloquialmente ribattezzato dalle forze dell’ordine “pulizia della città” dai migranti ritenuti irregolari, un numero sempre in crescita.

Esporre persone già vulnerabili alla violenza istituzionalizzata di questi nuovi rastrellamenti rappresenta una intollerabile escalation nel clima di terrore imposto sui migranti e in città.
In questo contesto di razzismo istituzionale, cosa dobbiamo aspettarci per la prossima stagione?

Auguri per le feste

Come di consueto, in tempo di Natale si sono sprecati i richiami al povero bambin Gesù partorito nel gelo di una stalla come monito a un’umana e caritatevole accoglienza. Quello che viene spesso omesso è che se Giuseppe e la sua giovane consorte si trovavano a spasso per la Galilea non era certo per diletto, ma per le disposizioni del governatore Quirinio che li obbligavano a censirsi, al pari di tutta la popolazione della provincia, onde rafforzare il controllo del territorio e stimarne la ricchezza in vista del suo sfruttamento da parte dell’Impero. Poco dopo, l’allegra famigliola dovette mettersi nuovamente in viaggio e riparare in Egitto, per fuggire alle persecuzioni di chi vedeva nella loro esistenza una minaccia per la preservazione dell’ordine e del potere costituito.
Se per amor di retorica si volesse fare un paragone tra le vicende evangeliche e le attuali, è forse su questi punti che varrebbe allora la pena concentrarsi. A tratti infatti sembra dimenticarcisi che se tuttora tra i 300 e i 400 migranti stazionano in quel di Como non è certo per ammirarne le tanto decantate bellezze turistiche, ma a causa delle continue destabilizzazioni in corso nei paesi d’origine (basti citare il rifiuto del presidente Jammeh di accettare i risultati elettorali in Gambia, il dramma della Siria, il proseguimento della costruzione della diga nella valle dell’Omo in Etiopia ad opera dell’italianissima Salini-Impregilo, con il conseguente esodo di contadini Oromo), di un sistema di respingimenti sempre più spietato, di un’accoglienza forzata e in definitiva priva di prospettive.

Molti di coloro che arrivano nella nostra città non sanno più dove andare a parare e cercano di spostarsi all’estero dopo essersi allontanati dai malmessi campi italiani o aver perso qualunque chance di regolarizzazione. In frontiera i respingimenti proseguono a pieno regime, con una media di 580 a settimana nell’arco dell’ultimo mese. Intanto, presso il campo governativo di via Teodolinda, in un primo momento si è provveduto ad ampliare la capienza inserendo due letti aggiuntivi a container, secondo una procedura di carceraria memoria; successivamente è stata apposta una guardiola e l’accesso è stato ristretto ai soli minorenni e a chi, dopo aver acconsentito a farsi identificare in questura, non risulta precedentemente registrato altrove. Mentre per questi l’appuntamento con la strada è verosimilmente rimandato di un anno o due – il tempo di compiere la maggiore età o espletare l’iter della domanda d’asilo – i secondi vengono lasciati da subito e senza troppi complimenti all’esterno.
Di qui, a fronte di un campo mezzo vuoto, le numerose persone che ancora oggi restano all’addiaccio: circa una cinquantina a notte, secondo i puntuali report di #accoglienzafredda. Se qualcuno non ci ha ancora rimesso la pelle in effetti è grazie alla disponibilità dell’oratorio di Rebbio e all’instancabile operato di un pugno di volontari, peraltro ampiamente osteggiato dalle autorità di frontiera e dagli operatori del campo governativo. Nell’anno che, dopo la stretta al regime confinario europeo, si qualifica come quello più drammatico in termini di morti di frontiera (5000 tra Mar Mediterraneo e Europa, una media di 14 al giorno con un rapporto tra numero di sbarchi e numero di morti triplicato rispetto al 2015), ai confini italiani da quest’estate se ne contano 10: alcuni travolti da treni e automezzi, altri precipitati dai cavalcavia nel tentativo di eludere i controlli frontalieri tra Ventimiglia e il Brennero.

Anche a Como si persegue la deliberata volontà di creare un clima di ostilità per i migranti, al misero quanto inconsistente scopo di dissuaderli dal farsi vivi. Le persone senza documenti e con la pelle nera, sottoposte a una rigida procedura di selezione ed esclusione, si trovano così stretti tra le leggi dell’Unione Europea e quelle del mercato, che spesso e volentieri vanno a braccetto. Nei progetti di accoglienza, nei cantieri e nei campi, si lavora a un regime di gratuità o di semi-schiavitù, che fa certo comodo a chi ci si arricchisce ma si ripercuote sui diritti e sui salari di tutti… A testimonianza di come la questione migrante si inscriva nei processi di marginalizzazione e impoverimento che riguardano tutti noi.
Sta facendo parlare di sé l’ultima dichiarazione congiunta del capo della Polizia Franco Gabrielli – il regista delle deportazioni made in Italy che si fregia di “essere sempre stato stato uno sbirro, anche da prefetto o capo della protezione civile” – e del ministro dell’interno Marco Minniti, che asserisce che la presenza di migranti irregolari sul territorio nazionale “non è più solo un problema di ordine pubblico, ma una questione su cui si gioca la tenuta del tessuto democratico del Paese”. I due, dopo aver constatato la catastrofe in atto in materia d’asilo e migrazioni, lungi dall’assumersene la benché minima responsabilità auspicano una riapertura dei CIE e un incremento delle espulsioni. Ciò a cui complessivamente assistiamo, oltre all’embrionale riaffermazione di un regime di apartheid, è la comprensibile conseguenza della riduzione del fenomeno migratorio a un problema di ordine e sicurezza pubblica, da affrontare principalmente in termini sanitari e polizieschi.

E se qualcuno non mancherà di citare il caso di Anis Amri, l’attentatore di Berlino recentemente fermato e “soppresso” a un posto di blocco nei pressi della stazione di Sesto San Giovanni, a giustificazione di nuove e più severe misure di controllo, ai nostri occhi non rappresenta che un’ulteriore evidenza del totale fallimento delle politiche migratorie europee: un giovane tunisino giunto in Italia a bordo di un barcone dopo le primavere arabe, dichiaratosi minorenne nella speranza di ottenere asilo, incarcerato dopo aver protestato contro le condizioni e la lunghezza del periodo di accoglienza, trasferito in un CIE e infine rilasciato sul territorio con un decreto di espulsione in mano. Elementi che per un verso o per l’altro stanno caratterizzando il vissuto di sempre più migranti, con il non sorprendente esito di marcarne il diffuso desiderio di ribalta di uno spiccato odio verso l’occidente, le sue leggi, la sua polizia e i suoi privilegi.
Questo sempre che l’esasperazione non conduca a gesti di altro tipo, come attestano i molteplici suicidi compiuti o tentati nei diversi centri di accoglienza della penisola (e non di meno al camposanto di via Teodolinda, ammantati di un alone di discrezione tale da rasentare l’omertà). Normalmente in questi casi la risposta è un invio in psichiatria, operazione finalizzata a riportare tali gesti a una fragilità psichica di natura individuale. In fondo non si può che stare allegri, in un luogo in cui si è nominati con le 4 cifre riportate sul badge identificativo, che funge da centro di segregazione e smistamento retto sulle deportazioni da un lato, sulla rete di passeuraggio/adescamento sviluppatasi al suo esterno dall’altro.

Possiamo allora domandare a gran voce adeguati servizi di supporto psicologico, ma non dimentichiamo che episodi del genere derivano dalle condizioni materiali che dispongono la subordinazione e lo sgretolamento di qualsivoglia progetto di vita.
Possiamo lamentare l’inadeguatezza dell’assistenza legale fornita in modo del tutto approssimativo e sbrigativo, ma non giustifichiamo l’interminabile e controverso iter burocratico previsto per poter affermare la libertà di stare dove si è.
Possiamo auspicare l’apertura di uno spazio più grande e meno oppressivo, ma riconosciamo che questa necessità nasce dalla negazione della possibilità di movimento, residenza, autodeterminazione e partecipazione anche ai più elementari processi decisionali relativi a sé stessi e alla collettività.
È su questi punti quindi che preferiamo concentrarci, così come alla difficoltà di accedere alla casa e a un reddito dignitoso, tratti che non dovrebbero essere rimessi al benvolere di alcuna autorità e che accomunano il vissuto dei migranti al nostro e a quello dei tanti senza tetto della città. Anche loro, guarda caso, trattati all’insegna dell’emergenza, dell’occultamento o della commiserazione.

Su queste note, i nostri più sentiti auguri per l’anno che viene.
Yallah Como

Racconto #2

Ecco un altro dei video realizzati da alcune delle persone passate da Como per raccontare quello che hanno vissuto qui dalla loro prospettiva: il rapporto con l’autorità, la solidarietà condivisa, e il confronto con il resto dell’Europa.

Ciao, sono Sabeel.
Sono stato a Como per quasi 5 settimane, più o meno. Nella mia esperienza a Como ci sono state due parti: la prima parte sono la gente e la città, ed è stato positivo e impressionante, questo posso davvero dirlo… Non ci siamo mai sentiti soli. Rispetto ai nostri problemi hanno fatto quello che potevano, perché ci sono alcune parti su cui non possono fare nulla… Vuoi passare il confine e non possono aiutarti granché in questo.
L’altra parte è la parte politica, il governo intendo. All’inizio abbiamo avuto un incontro con dei rappresentanti del governo e ci hanno detto che sarebbero stati dalla nostra parte, ma “per quanto riguarda gli altri Paesi non possiamo fare molto, perché non è la nostra legge, non sono i nostri regolamenti, sono le leggi e i regolamenti di altri Paesi… ma cercheremo di fare qualcosa!”
In un primo momento abbiamo pensato… abbiamo creduto che avevano intenzione di fare qualcosa, ma alla fine hanno iniziato a mandare la gente a Taranto e molto altro… e abbiamo capito che non se ne interessano per davvero e che sono tendenzialmente indifferenti.
Riguardo agli europei e agli italiani, a come trattano i migranti, non è come dovrebbe essere, perché gli europei è come se facessero leggi, regolamenti, poi quando arrivano i migranti semplicemente li respingono indietro e non rispettano le lore stesse leggi e regolamenti, e gli italiani non dicono niente a riguardo. Possono fare qualcosa, ma scelgono di non fare nulla. Questo è come penso tutta Europa tratti i migranti, non è una questione umanitaria, il loro approccio non è di quel tipo, non è umanitario… lo usano per le ragioni politiche, per la loro agenda, non per ragioni umanitarie.
Quando hanno cominciato a costruire un campo a Como siamo stati informati che sarebbe stato aperto, che non sarebbe stato un problema per noi uscire e entrare, che non c’era da preoccuparsi… ma più tardi ci siamo accorti che era come gli altri campi, cioè una sorta di prigione, più o meno è così. La maggior parte dei campi governativi assomigliano a delle prigioni, niente di meno.
Eh.. Sono stato fortunato, ho raggiunto la Francia e posso dirvi che dopo due mesi in Francia la situazione non è buona o migliore… è pressapoco lo stesso in tutta Europa, questo è quanto…. Grazie.

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Como, 15 dicembre 2016

È giunto anche per me il momento di cimentarmi con quello che, grazie alla dedizione di questura e prefettura, sembra ormai essere il filone letterario più affermato del comasco: le arringhe difensive contro le ingiustizie dei (pre)potenti. Difficile sarà tenere il passo con i fulgidi esempi che mi hanno preceduto, considerato che la noia non fa audience e il pubblico esige novità, ma il copione va ripetendosi in modo tristemente identico… Ad oggi i fogli di via dati da Como per i fatti di quest’estate hanno raggiunto quota 20.

Da diversi mesi assistiamo a una sistematica opera di estromissione degli indesiderati, che ha visto più attori contendersi il ruolo di protagonista. Se la stagione è stata inaugurata dalla cacciata di Firdaus ad opera di Bernasconi e Magatti, è proseguita con l’allontanamento dei ragazzi dell’associazione svizzera One Love da parte delle forze dell’ordine (a cui ha fatto seguito lo sciopero della fame dei migranti), lo sgombero della stazione coronato dal presidio fisso a difesa di un parco spettrale, i consiglieri comunali tenuti al di fuori e all’oscuro dei meccanismi di gestione del campo governativo, l’espulsione dallo stesso dei migranti insubordinati per mano degli operatori della Croce Rossa, lo sportello di orientamento psico-sociale di Medici Senza Frontiere liquidato dall’ASL, la prefettura che diffida i volontari che non si piegano in tutto e per tutto ai suoi dettami, mentre la questura colpisce quanti hanno espresso le critiche più radicali al sistema ideologico e logistico che regge il campo e il suo funzionamento.

In questo delizioso balletto dell’esclusione, a giustificazione del foglio di via che ho ricevuto mi si contesta l’aver preso parte a un volantinaggio non autorizzato presso la sede comasca della Rampinini, l’impresa di trasporti che svolge il ben retribuito incarico di “trasferire” i migranti dalla frontiera svizzera all’hotspot di Taranto. Tale volantinaggio di protesta, compiuto da una cinquantina migranti e da un piccolo gruppo di solidali, avrebbe causato intralcio alla circolazione, circostanza alquanto comica tenuto conto che l’accusa di intralciare la circolazione è mossa proprio a coloro che da settimane erano bloccati loro malgrado nella città di confine. Ebbene, rispetto a tutto ciò devo ammettere che non solo c’ero, ma approvo e mi compiaccio di quanto fatto dall’inizio alla fine, tanto da volervi allegare una foto ricordo.

I trasferimenti forzati su territorio nazionale, costati negli ultimi mesi 770mila euro di soldi pubblici (stando alla relazione del sottosegretario alla difesa, ma su questo rimando agli approfondimenti realizzati per Open Migration da Quadroni e Luppi e da De Monte per DinamoPress), sono una pratica disumana, illegale e inutile, ormai riconosciuta come tale finanche dal Siap, sindacato delle forze di polizia… Giuro. Insomma, chi insiste col perpetrarle probabilmente lo fa in virtù della caparbietà che prende piede quando il buon senso viene totalmente soppiantato da quello del Dovere. Scusate l’accenno pedante, ma appartiene alla deformazione professionale propria del mio essere educatore, mestiere esercitato a Como oltretutto, ironia della sorte.

Ci terrei comunque a specificare che prima di imbarcarmi in tale impresa scellerata mi ero prestato a fare da mediatore a un gruppo di migranti che aveva avanzato la richiesta di presentare al prefetto, in qualità di legale rappresentante del governo italiano a Como, alcune rimostranze rispetto al trattamento loro riservato e all’increscioso problema che andava generandosi in città, di cui erano i primi a fare le spese. Lo spettabile Bruno Corda si è subito dimostrato molto accondiscendente nei confronti delle loro istanze. In effetti, da quel momento in poi la situazione è cambiata sensibilmente: in frontiera i migranti hanno continuato a essere respinti e vessati, per poi essere caricati sui pullman e riportati a Taranto. Così – come emerge dalle video-testimonianze raccolte da Yallah Como – hanno capito che per migliorare la propria vita non si sarebbero dovuti aspettare gentili concessioni dall’alto, bensì mettersi in gioco in prima persona… e noi con loro.

Dal canto mio non ho problemi ad assumermi le responsabilità del mio operato, a differenza di chi smentisce istericamente quello che è ormai un fatto acclarato da un numero crescente di testimonianze, inchieste e rapporti (ultimo quello di Amnesty), ovvero che anche in Europa il viaggio dei/delle migranti, dai luoghi di sbarco a quelli di insediamento passando per i confini interni, rimane costellato di minacce, ricatti, violenze e torture. In gran parte è quel che si definisce “ordine pubblico”, lo stesso in nome del quale le nostre strade si affollano di telecamere, di militari (ultimamente così solerti da presentarsi addirittura alle assemblee cittadine) e di tutte quelle misure securitarie che hanno il nobile scopo di farci vivere più serenamente… Ma ne siamo proprio sicuri?

Penso che la migliore garanzia dell’instabilità sociale che sconteremo ora e negli anni a venire risieda da un lato nella discriminazione operata dal cosiddetto razzismo istituzionale, per usare le parole di Malcolm X, o razzismo di Stato, per usare quelle di Pietro Basso, dall’altro nelle dinamiche di sfruttamento messe in atto dagli interessi capitalistici più spregiudicati.

Prima dell’apertura del campo, avevamo predetto che sarebbe stato quello che si è dimostrato di essere. L’anno scorso in una manifestazione a Ventimiglia un cartellone esposto da un migrante recitava: “Stanno costruendo per noi una prigione”. A Como hanno fatto un cimitero e l’hanno chiamato accoglienza… e un cimitero nel vero senso del termine, smantellando in fretta e furia l’amianto presente in un’area destinata a uso cimiteriale in cui non stupisce che la gente cerchi di togliersi la vita. Non sono qui a perorare la causa della buona accoglienza, anzi, ritengo che innanzitutto dovremmo emanciparci dall’idea colonialista che i migranti vadano gestiti, istruiti e accompagnati a una corretta integrazione nella nostra (?) società. Da ciò deriverebbe la dismissione di tutta una serie di pratiche che procurano molti più danni di quanti non si propongano di risolvere, in primis le deportazioni.

Allo stato attuale dell’arte non è dato prevedere come si evolverà la situazione. Potremo riprecipitare nei deliri dell’identità, e qualcuno ci si mette di buzzo buono disconoscendo che la povertà nostra e la loro hanno la stessa radice (ricordo una sfilata non autorizzata di insulti ai migranti della stazione perpetrata da Salvini e soci, ma per loro nessuna conseguenza legale ovviamente); oppure potremo cercare di stare assieme felicemente, e vivere assieme e felicemente non in questo mondo, ma in quello nuovo che prenderà forma dalla convergenza delle nostre lotte e dall’incontro delle nostre fantasie.

Per chi si incammina su questo sentiero, l’uso dei fogli di via e di altre misure cautelari da parte delle questure in forma di rappresaglia politica non è una novità. Se in Val Susa ormai non si contano più quelle date a chi si oppone alle devastazioni ambientali, a Ventimiglia nell’arco di poco più di un anno sono stati emessi all’incirca sessanta fogli di via, provvedimenti che non prevedono nemmeno un passaggio in tribunale. Chissà cosa ne avrebbe pensato Perretta, insigne giudice di Como vittima a sua volta delle misure di confino fasciste?

Ad ogni modo, è stata una buffa coincidenza  ricevere la notifica del foglio di via dal capoluogo della provincia in cui abito la stessa settimana in cui il TAR della Liguria si è definitivamente espresso in favore dell’accoglimento del mio ricorso per quello datomi a Ventimiglia l’estate passata, dove per i casi fortuiti della vita già mi trovavo a contestare le procedure di riammissione coatta dei migranti rastrellati in territorio francese. Tutti i ricorsi finora presentati per i fatti di Ventimiglia sono stati accolti, con la condanna del ministero degli interni al pagamento delle spese processuali, che variano tra gli 800€ e i 2400€.

Da inguaribile ingenuo qual sono, cercherei a questo punto di essere più scrupoloso nell’uso delle pubbliche risorse appellandomi come previsto dalla legge al già citato prefetto, il quale avrà la facoltà di pronunciarsi sulla fondatezza o meno del provvedimento. Riservandomi di aggiornarvi sugli esiti di questo tentativo, vi rassicuro che in ogni caso il mio agire non si discosterà da quanto l’ha finora contraddistinto… con il più vivo augurio che su questa strada possa continuare a incontrare validi compagni di viaggio.

Un abbraccio sincero,

Jacopo

Racconto #1

In questo video, una delle persone che sono passate a Como questa estate parla della sua esperienza qui, dei migranti in Italia, e dei suoi progetti futuri.

Qual è stata la tua esperienza a Como?
La mia esperienza a Como è stata per me qualcosa di unico. Ciò ha a che vedere con molti aspetti dell’umanità. Mi ha aperto la mente e mi ha spinto a imparare molte cose, nuovi e diversi modi di pensare. E naturalmente, ha a che vedere con le persone che ci sono venute in aiuto. A questo punto, vorrei esprimere il mio rispetto per tutti loro, tutti gli amici che hanno provato a dare supporto in ogni modo possibile. Stando a Como, in quella situazione così speciale, ho imparato da tante culture diverse e sentito molte storie.

Cosa pensi del modo in cui l’Italia tratta i migranti?
Penso che questo sia una questione che riguarda diversi eventi su diversi livelli, sia in Italia in generale che a Como in particolare. Da un lato, ci sono metodi e reazioni crudeli, la politica illogica del governo italiano, che trascura intenzionalmente i bisogni e i diritti dei migranti. Dall’altro lato, c’è l’enorme supporto psicologico e morale, e l’aiuto delle persone normali, che ci ha dato forza, pazienza e speranza. Ma questa è soltanto una descrizione generale, che non è sufficiente a esprimere tutte le esperienze e i sentimenti.

Cosa pensi del campo governativo?
E’ folle e stupido accettare il campo dei container, e penso che tutti siano d’accordo con la mia opinione. Spiego le ragioni. Quello che succede nel campo è una sospensione dei diritti. Potete immaginare cosa significa vivere in una scatola? Immaginate di dover dormire ogni giorno con così tante persone, che non c’è abbastanza spazio. Immaginate che qualcun altro decide il momento in cui andare a dormire, cosa mangiare, le ore per entrare e uscire dal campo, immaginate che qualcuno semplicemente controlli la tua vita. Questo non è giusto. E se guardate più a fondo, si vede che non c’è differenza tra il campo e la prigione. E io non ho mai incontrato qualcuno che desideri andare in prigione, essere prigioniero senza condanna.

Dove sei adesso? Come ti trovi?
Ora sono in Germania, dopo un lungo viaggio, che è stato una battaglia, e dopo molte esperienze. E anche se sono qui, non ho ancora raggiunto il mio obiettivo. La mia storia non è ancora finita. Se voglio arrivarci, dobbiamo essere pronti, dobbiamo combattere per la nostra libertà e i nostri diritti.

Un’ultima nota: voglio ringraziare tutti quelli che mi hanno aiutato e so che queste parole non sono abbastanza per esprimere I miei sentimenti, non sono abbastanza per spiegare il nostro esperimento a Como, non sono abbastanza per ringraziare davvero tutti quelli che mi hanno aiutato.