Auguri per le feste

Come di consueto, in tempo di Natale si sono sprecati i richiami al povero bambin Gesù partorito nel gelo di una stalla come monito a un’umana e caritatevole accoglienza. Quello che viene spesso omesso è che se Giuseppe e la sua giovane consorte si trovavano a spasso per la Galilea non era certo per diletto, ma per le disposizioni del governatore Quirinio che li obbligavano a censirsi, al pari di tutta la popolazione della provincia, onde rafforzare il controllo del territorio e stimarne la ricchezza in vista del suo sfruttamento da parte dell’Impero. Poco dopo, l’allegra famigliola dovette mettersi nuovamente in viaggio e riparare in Egitto, per fuggire alle persecuzioni di chi vedeva nella loro esistenza una minaccia per la preservazione dell’ordine e del potere costituito.
Se per amor di retorica si volesse fare un paragone tra le vicende evangeliche e le attuali, è forse su questi punti che varrebbe allora la pena concentrarsi. A tratti infatti sembra dimenticarcisi che se tuttora tra i 300 e i 400 migranti stazionano in quel di Como non è certo per ammirarne le tanto decantate bellezze turistiche, ma a causa delle continue destabilizzazioni in corso nei paesi d’origine (basti citare il rifiuto del presidente Jammeh di accettare i risultati elettorali in Gambia, il dramma della Siria, il proseguimento della costruzione della diga nella valle dell’Omo in Etiopia ad opera dell’italianissima Salini-Impregilo, con il conseguente esodo di contadini Oromo), di un sistema di respingimenti sempre più spietato, di un’accoglienza forzata e in definitiva priva di prospettive.

Molti di coloro che arrivano nella nostra città non sanno più dove andare a parare e cercano di spostarsi all’estero dopo essersi allontanati dai malmessi campi italiani o aver perso qualunque chance di regolarizzazione. In frontiera i respingimenti proseguono a pieno regime, con una media di 580 a settimana nell’arco dell’ultimo mese. Intanto, presso il campo governativo di via Teodolinda, in un primo momento si è provveduto ad ampliare la capienza inserendo due letti aggiuntivi a container, secondo una procedura di carceraria memoria; successivamente è stata apposta una guardiola e l’accesso è stato ristretto ai soli minorenni e a chi, dopo aver acconsentito a farsi identificare in questura, non risulta precedentemente registrato altrove. Mentre per questi l’appuntamento con la strada è verosimilmente rimandato di un anno o due – il tempo di compiere la maggiore età o espletare l’iter della domanda d’asilo – i secondi vengono lasciati da subito e senza troppi complimenti all’esterno.
Di qui, a fronte di un campo mezzo vuoto, le numerose persone che ancora oggi restano all’addiaccio: circa una cinquantina a notte, secondo i puntuali report di #accoglienzafredda. Se qualcuno non ci ha ancora rimesso la pelle in effetti è grazie alla disponibilità dell’oratorio di Rebbio e all’instancabile operato di un pugno di volontari, peraltro ampiamente osteggiato dalle autorità di frontiera e dagli operatori del campo governativo. Nell’anno che, dopo la stretta al regime confinario europeo, si qualifica come quello più drammatico in termini di morti di frontiera (5000 tra Mar Mediterraneo e Europa, una media di 14 al giorno con un rapporto tra numero di sbarchi e numero di morti triplicato rispetto al 2015), ai confini italiani da quest’estate se ne contano 10: alcuni travolti da treni e automezzi, altri precipitati dai cavalcavia nel tentativo di eludere i controlli frontalieri tra Ventimiglia e il Brennero.

Anche a Como si persegue la deliberata volontà di creare un clima di ostilità per i migranti, al misero quanto inconsistente scopo di dissuaderli dal farsi vivi. Le persone senza documenti e con la pelle nera, sottoposte a una rigida procedura di selezione ed esclusione, si trovano così stretti tra le leggi dell’Unione Europea e quelle del mercato, che spesso e volentieri vanno a braccetto. Nei progetti di accoglienza, nei cantieri e nei campi, si lavora a un regime di gratuità o di semi-schiavitù, che fa certo comodo a chi ci si arricchisce ma si ripercuote sui diritti e sui salari di tutti… A testimonianza di come la questione migrante si inscriva nei processi di marginalizzazione e impoverimento che riguardano tutti noi.
Sta facendo parlare di sé l’ultima dichiarazione congiunta del capo della Polizia Franco Gabrielli – il regista delle deportazioni made in Italy che si fregia di “essere sempre stato stato uno sbirro, anche da prefetto o capo della protezione civile” – e del ministro dell’interno Marco Minniti, che asserisce che la presenza di migranti irregolari sul territorio nazionale “non è più solo un problema di ordine pubblico, ma una questione su cui si gioca la tenuta del tessuto democratico del Paese”. I due, dopo aver constatato la catastrofe in atto in materia d’asilo e migrazioni, lungi dall’assumersene la benché minima responsabilità auspicano una riapertura dei CIE e un incremento delle espulsioni. Ciò a cui complessivamente assistiamo, oltre all’embrionale riaffermazione di un regime di apartheid, è la comprensibile conseguenza della riduzione del fenomeno migratorio a un problema di ordine e sicurezza pubblica, da affrontare principalmente in termini sanitari e polizieschi.

E se qualcuno non mancherà di citare il caso di Anis Amri, l’attentatore di Berlino recentemente fermato e “soppresso” a un posto di blocco nei pressi della stazione di Sesto San Giovanni, a giustificazione di nuove e più severe misure di controllo, ai nostri occhi non rappresenta che un’ulteriore evidenza del totale fallimento delle politiche migratorie europee: un giovane tunisino giunto in Italia a bordo di un barcone dopo le primavere arabe, dichiaratosi minorenne nella speranza di ottenere asilo, incarcerato dopo aver protestato contro le condizioni e la lunghezza del periodo di accoglienza, trasferito in un CIE e infine rilasciato sul territorio con un decreto di espulsione in mano. Elementi che per un verso o per l’altro stanno caratterizzando il vissuto di sempre più migranti, con il non sorprendente esito di marcarne il diffuso desiderio di ribalta di uno spiccato odio verso l’occidente, le sue leggi, la sua polizia e i suoi privilegi.
Questo sempre che l’esasperazione non conduca a gesti di altro tipo, come attestano i molteplici suicidi compiuti o tentati nei diversi centri di accoglienza della penisola (e non di meno al camposanto di via Teodolinda, ammantati di un alone di discrezione tale da rasentare l’omertà). Normalmente in questi casi la risposta è un invio in psichiatria, operazione finalizzata a riportare tali gesti a una fragilità psichica di natura individuale. In fondo non si può che stare allegri, in un luogo in cui si è nominati con le 4 cifre riportate sul badge identificativo, che funge da centro di segregazione e smistamento retto sulle deportazioni da un lato, sulla rete di passeuraggio/adescamento sviluppatasi al suo esterno dall’altro.

Possiamo allora domandare a gran voce adeguati servizi di supporto psicologico, ma non dimentichiamo che episodi del genere derivano dalle condizioni materiali che dispongono la subordinazione e lo sgretolamento di qualsivoglia progetto di vita.
Possiamo lamentare l’inadeguatezza dell’assistenza legale fornita in modo del tutto approssimativo e sbrigativo, ma non giustifichiamo l’interminabile e controverso iter burocratico previsto per poter affermare la libertà di stare dove si è.
Possiamo auspicare l’apertura di uno spazio più grande e meno oppressivo, ma riconosciamo che questa necessità nasce dalla negazione della possibilità di movimento, residenza, autodeterminazione e partecipazione anche ai più elementari processi decisionali relativi a sé stessi e alla collettività.
È su questi punti quindi che preferiamo concentrarci, così come alla difficoltà di accedere alla casa e a un reddito dignitoso, tratti che non dovrebbero essere rimessi al benvolere di alcuna autorità e che accomunano il vissuto dei migranti al nostro e a quello dei tanti senza tetto della città. Anche loro, guarda caso, trattati all’insegna dell’emergenza, dell’occultamento o della commiserazione.

Su queste note, i nostri più sentiti auguri per l’anno che viene.
Yallah Como

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