À la guerre comme à la guerre

A poche settimane di distanza dalla morte del ventenne maliano, un’altra persona è rimasta folgorata cercando di salire sul tetto di un treno diretto in Svizzera.

“Non c’è nessun posto sicuro se non è garantita la libertà di frequentarlo. Non c’è nessuna libertà se non viene garantita la sicurezza del libero andare”.

Sone parole di Minniti, il ministro dell’interno italiano, paradossalmente usate per fare propaganda del suo nuovo decreto sulla sicurezza. Dopo quello con cui ha rilanciato il sistema di detenzione ed espulsione dei migranti, le forze dell’ordine della nostra città si sono cimentate in operazioni di bonifica etnica nei luoghi che davano conforto alle persone private del discutibile privilegio di possedere documenti.

La guerra alle migrazioni ha responsabili, tattiche e mercenari.

A mezzo stampa, la ditta Rampini recluta nuovi conducenti per continuare a svolgere, su mandato della prefettura di Como, il compito di “alleggerire la pressione in frontiera” tramite la deportazione dei migranti trattenuti dalle guardie di confine. Intanto le ossessioni securitarie – e le speculazioni elettorali – leghiste invocano l’intervento dell’ASL presso i locali della parrocchia di Rebbio: con l’alibi dell’igiene e l’azienda sanitaria controllata dagli amici degli amici, ci si scaglia contro la struttura che assicura agli espulsi dalla macchina dell’“accoglienza” la possibilità di non dormire in strada, mentre gli stucchevoli video diffusi da EspansioneTV fomentano allarmi e incensano aguzzini.

La guerra alle migrazioni ha interessi, complici e agitatori.

Lungo i frastagliati territori in cui si incardinano le pratiche di confinamento ed esclusione, si moltiplicano i processi ai solidali che hanno interferito con il loro funzionamento, colpiti con multe, fogli di via e condanne. Similmente, le ONG che provano a soccorrere quei migranti che, in mancanza di altri mezzi, si affidano ai trafficanti nel tentativo di raggiungere l’Europa, sono fatte oggetto di una massiccia campagna di criminalizzazione.

A inizio mese, durante lo sgombero del “Gran Ghetto” di Rignano disposto dalle autorità, un incendio doloso smorza le proteste dei lavoratori migranti e costa la vita a due di loro.
Poco dopo le 17.00 di sabato 18 marzo, a Chiasso, la repressione della libertà di movimento si abbatte con brutale durezza sui sogni e sulla vita di un’altra persona in viaggio.

La guerra alle migrazioni ha resistenze, ribellioni e vittime.

È tempo per noi di dichiarare guerra alla guerra in atto, e di opporci ad essa con ogni mezzo necessario. Contro l’ingiustizia mortifera della guerra alle migrazioni, non cesseremo di farci vivi.

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