Assemblea Pubblica – Martedì 6 Dicembre

Il trasferimento dei migranti nel campo di via Regina, descritto dalla prefettura come una brillante operazione portata a termine da volontari e mediatori culturali – in effetti, imposto dall’assenza di opzioni alternative – ha significato un cambiamento nella quotidianità dei migranti che da Como tentano di varcare il confine, come anche nella possibilità da parte di chi è solidale di relazionarsi con loro.

La Prefettura, CRI e Caritas (responsabili rispettivamente della creazione del campo e della gestione dello stesso) hanno inizialmente fatto fronte ai vari gradi di critica e perplessità espressi circa la soluzione da loro predisposta, cercando una legittimazione nell’emergenzialità della situazione e una continuità con il percorso di solidarietà spontanea vissuto durante l’estate. Per questo motivo varie realtà associazionistiche, tra cui i volontari della mensa di S. Eusebio, in virtù dei rapporti di conoscenza e fiducia stabilitisi con le persone in transito, sono state ammesse nella struttura. Nonostante l’aperta ostilità dei gestori ufficiali, la loro presenza ha permesso di migliorare in modo parziale le condizioni di vita dei presenti, così come di monitorare le maggiori criticità.

Dopo alcune settimane, la situazione inizia già a mutare: le promesse iniziali riguardo l’assenza di procedure identificative all’ingresso vengono violate, mentre l’apparente ragion d’essere del campo (“Dare un’accoglienza dignitosa in vista del peggioramento delle condizioni metereologiche”, secondo il volantino distribuito questa estate da CRI) si manifesta come fittizia nella presenza quotidiana di diverse decine di migranti a cui viene negato l’accesso e che sarebbero costretti a dormire all’addiaccio, non fosse per soluzioni alternative proposte con l’aiuto della parrocchia di Rebbio e di alcuni volontari. L’ambigua estromissione dell’associazione Firdaus dal servizio pasti, l’emissione dei 19 fogli di via, l’intimidazione diretta da parte delle forze di polizia, e in generale i tentativi di isolare i migranti all’interno del campo stanno poi esplicitando la volontà di criminalizzare e reprimere quelle forme di solidarietà scomode, non rivolte a colmare le mancanze delle istituzioni o a rivestire il campo di una patina di umanità.

Nei giorni scorsi Flavio Bogani (organizzatore della mensa di S. Eusebio) è stato allontanato dal campo, per aver chiesto agli operatori CRI di distribuire loro stessi al suo interno degli inviti a dei pomeriggi di socializzazione. Guardando al di là dell’ingiustizia di questi provvedimenti mirati a punire chi solidarizza con i migranti, il carattere pretestuoso di questo intervento dimostra una cosa: l’amministrazione del campo non sente (più) il bisogno di rispondere del suo operato verso chi cerca di osservarne l’evoluzione. Crediamo che questo rappresenti un preoccupante cambio di passo nella apparente pacificazione della situazione in frontiera, da cui peraltro le operazioni di trasferimento forzato dei migranti non si sono mai fermate.

Per questo riteniamo importante riflettere su come ricalibrare e riformulare le nostre pratiche di fronte ad una situazione che, pur mutando costantemente, conserva inalterato il suo fondamento: mantenere i migranti in uno stato di controllo e subalternità. Come integrare la necessità di garantire la sopravvivenza di queste persone senza riproporre relazioni di dipendenza? Come solidarizzare con i migranti andando oltre la soddisfazione dei bisogni primari, provando a sostenerli nei loro desideri e progetti di vita? Come resistere alle diverse forme con cui la repressione ha colpito la solidarietà a Como?

Yallah Como

Martedì 6 Dicembre
Ore 21.00
Spazio Gloria, via Varesina 72

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