C.R.I

Qualche appunto preliminare su Croce Rossa e gestione delle migrazioni

La gestione del futuro campo è stata assegnata d’ufficio alla Croce Rossa Italiana, che lo gestirà in collaborazione con Caritas. L’emergenza immigrazione, dichiarata nel 2002 e da allora prorogata ogni anno da tutti i governi, permette infatti di svolgere alcuni appalti in parziale deroga alla legge.

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Qualche appunto preliminare su Croce Rossa e gestione delle migrazioni

La gestione del futuro campo è stata assegnata d’ufficio alla Croce Rossa Italiana, che lo gestirà in collaborazione con Caritas. L’emergenza immigrazione, dichiarata nel 2002 e da allora prorogata ogni anno da tutti i governi, permette infatti di svolgere alcuni appalti in parziale deroga alla legge.

Nell’arco degli ultimi trent’anni, a causa delle sue disastrose condizioni finanziarie, la CRI ha attraversato una lunga fase di commissariamenti straordinari a nomina governativa. Le ultime figure che si sono succedute ai suoi vertici sono Maurizio Scelli (su nomina del governo Berlusconi II, poi deputato PdL)1, Massimo Barra come presidente nazionale regolarmente eletto, Francesco Rocca2 nominato nel 2008 dal governo Berlusconi IV e infine riconfermato alla guida della CRI dall’assemblea nazionale dell’organizzazione.

A partire dal 2012 la CRI è stata posta in liquidazione, per poi classificarsi ufficialmente come ente privato di interesse pubblico, ausiliario dei pubblici poteri nel settore umanitario. I suoi lavoratori dipendenti, inquadrati come civili o come militari CRI in richiamo, svolgono funzioni amministrative ed operative, mentre i suoi volontari sono stati riorganizzati in una componente civile e in due ausiliarie delle forze armate (Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana e Corpo delle Infermiere Volontarie della Croce Rossa Italiana).

Questa singolare connivenza con gli apparati governativi ha fatto sì che la CRI si esponesse a più riprese a delle critiche circa i principi di indipendenza e neutralità che avrebbero dovuto animarne l’operato. Durante la guerra in Iraq, la CRI fu l’unica tra le organizzazioni nazionali della Croce Rossa a decidere di mantenere un presidio fisso a Bagdad. Tale scelta rese necessario la copertura armata delle sue strutture ospedaliere da parte dei Carabinieri e dei miliziani di Muqtada al-Sadr, una forzatura che fu interpretata come un tentativo di consolidare l’immagine umanitaria della sempre più contestata missione militare italiana.

Inoltre, la CRI ha sempre avuto un ruolo di rilievo nella gestione dei flussi migratori. Tra le altre cose, per lungo tempo si è occupata dalle gestione dei CIE, i Centri di Identificazione ed Espulsione per stranieri irregolari. Secondo un’inchiesta pubblicata nel 2013 dalla onlus Medici per i Diritti Umani, “le caratteristiche strutturali dei Centri di Identificazione ed Espulsione raggiunti dall’indagine sono tali da renderli del tutto inadeguati a garantire condizioni di permanenza dignitose ai migranti trattenuti. Ed in effetti, dal punto di vista della struttura, della ripartizione degli ambienti e dell’organizzazione interna, la fisionomia dei CIE può essere riconducibile al paradigma dei centri di internamento”.

Criticati da più parti, i CIE sono quanto di più simile a un lager l’Italia abbia conosciuto nel corso degli ultimi cinquant’anni. Per quanto la Road Map varata dal ministro degli interni preveda un implementazione di questo genere di strutture nel prossimo futuro6, gran parte di esse sono state parzialmente o totalmente chiuse in seguito a mobilitazioni contro le loro condizioni insostenibili.

La CRI in particolare è stata responsabile fino allo scorso anno del CIE di Corso Brunelleschi a Torino (210 posti letto, ognuno dei quali costato 78mila euro, stando alla relazione tecnica redatta nel 2008 dal servizio studi della Camera dei Deputati).

Per la sua gestione ha ricevuto dallo Stato 3 milioni e 650mila euro all’anno, subappaltando alcuni servizi (tra cui la mensa) e impiegando una settantina di persone tra medici, infermieri e dipendenti.

Secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2011 all’interno del centro si sono verificati 156 casi di autolesionismo (100 ingestioni di corpi estranei e 56 ferite di armi da taglio) e un paziente su tre figurava iscritto al registro della terapia ansiolitica. Da fonti indipendenti sono stati segnalati anche gravi episodi di violenza sui reclusi; già nel 2003, operatori della CRI erano stati indagati per episodi di pestaggio in seguito a un tentativo di fuga dal CPT di via Mattei a Bologna.

La CRI ha gestito anche il CIE di via Corelli a Milano, dalla sua apertura nel 1999 fino a fine 2013. All’interno di questa struttura, l’unica sul territorio nazionale ad avere una sezione per transessuali, non era consentito il possesso di telefoni cellulari e il numero degli internati che faceva uso abituale di psicofarmaci toccava soglie elevatissime (si parla del 90% del totale). Negli anni sono state raccolte testimonianze di gravi negligenze da parte del personale, tra cui reazioni di scherno di fronte a episodi di auto-mutilazione ed avances sessuali nei confronti delle recluse. Nel giorno di natale del 2009 una transessuale brasiliana detenuta al CIE si è tolta la vita impiccandosi.

Il CIE di via Corelli è stato definitivamente chiuso e poi ribadito a centro di accoglienza nel 2014, in seguito a una forte ondata di proteste, scioperi della fame e rivolte attuate dai reclusi.

Già nel 2010 i carcerati scrivevano: “Siamo stanchi di non vivere bene. Viviamo come topi. La roba da mangiare fa schifo. Viviamo come carcerati ma non siamo detenuti. I tempi di detenzione sono extra lunghi perché 6 mesi per identificare una persona sono troppi. Siamo vittime della Bossi Fini. C’è gente che ha fatto una vita in Italia e che ha figli qua, gente che ha fatto la scuola qui e che è cresciuta qui. Non è giusto. Non siamo delinquenti. (…) I motivi dello sciopero è che i tempi sono troppo lunghi e abbiamo paura perché due di noi sono morti dopo che sono stati espulsi altri sono pazzi e noi non sappiamo cosa fanno loro dopo l’espulsione, e per andare ti fanno le punture e diventi pazzo, alcuni muoiono. Entrando qui eravamo tutti sani e poi usciamo che siamo pazzi”.

Per 12 anni la CRI è stata responsabile del CIE di Ponte Galeria a Roma, il più grande centro di detenzione amministrativa esistente in Italia (354 posti letto, 176 per uomini e 178 per donne). Le poche organizzazioni che hanno avuto la possibilità di visitarlo hanno segnalato le condizioni estremamente degradate degli alloggi e dei servizi igienici. Nell’area di trattenimento del CIE di Ponte Galeria inoltre non è garantita la libertà di colloquio con persone provenienti dall’esterno e ai trattenuti non è consentito disporre di pettini, penne, libri o giornali. Nello stesso centro a novembre 2011 scoppiò una protesta poiché gli internati erano stati obbligati da una direttiva ad indossare esclusivamente ciabatte per evitare il pericolo di fughe. Nel 2009 un immigrato tunisino di 42 anni è stato trovato morto nella sua stanza dopo essere stato dimesso dall’infermeria del centro, dove le sue richieste d’aiuto erano state ripetutamente ignorate. Nello stesso anno un’altra donna tunisina, in Italia da vent’anni e arrestata mentre era in coda all’ufficio immigrazione, si è suicidata nella sua cella la notte prima del rimpatrio.

Questi e tutta un’altra serie di elementi hanno spinto gran parte della società civile a prendere distanza dal sistema CIE, in quanto disumano e “incompatibile con la Costituzione italiana”, come denunciava una ricerca condotta dal professore Alberto Di Martino e dai dottorandi della Scuola Superiore Sant’Anna di Firenze da parte sua concludeva il rapporto con le seguenti considerazioni: “I CIE si confermano dunque strutture congenitamente incapaci di garantire il rispetto della dignità e dei diritti fondamentali della persona. Un’inadeguatezza correlata alle modalità di funzionamento e alle caratteristiche strutturali che si rivela tanto più di fondo nella misura in cui mantiene la sua rilevanza indipendentemente dagli enti gestori presenti nelle singole strutture. Di fatto la funzione degli enti gestori sembra limitarsi a quella di ruote più o meno efficienti all’interno di un iniquo ingranaggio del quale non sono in grado di modificare, se non in modo alquanto marginale, le criticità di fondo”.

A fronte dei vizi strutturali dell’impostazione e dello scopo di queste strutture, il ruolo passato e presente rivestito da enti umanitari rispetto al loro funzionamento, fosse anche dettato da necessità economiche, rimane difficilmente giustificabile.

Oltre ai CIE, la CRI si è occupata di gestire altri centri di permanenza per migranti, alcuni dei quali balzati agli onori della cronaca per le condizioni in cui versavano e le proteste che hanno suscitato.

È il caso ad esempio dei Prati di Caprara a Bologna, ove in occasione dell’emergenza Nord Africa un gruppo di migranti – abbandonato per 20 mesi all’interno di una struttura desolata – al momento dell’uscita forzata ha reagito con un’occupazione e chiedendo conto dei 3 milioni ricevuti dalla CRI per provvedere a una gestione dignitosa della situazione.

Più vicino nel tempo e nello spazio è l’hub di 0Bresso, una tendopoli in cui stazionano circa 500 persone inviate direttamente dai luoghi di sbarco, nell’attesa di essere trasferite in altre strutture del territorio. Nonostante il divieto pressoché assoluto di accesso per giornalisti, associazioni e gruppi legali, da un rapporto stilato da Naga onlus lo scorso maggio, basato su interviste e visite informali,13 emerge la difficoltà per gli ospiti di accedere ai servizi sanitari di base, la totale mancanza di informazioni e chiarezza rispetto al proprio status giuridico, la quasi totale impossibilità di socializzazione sul territorio e l’elevato tasso di fuga. Inoltre, nell’idea che i richiedenti asilo non siano in grado di gestire il denaro, la CRI eroga il pocket money sotto forma di ricariche telefoniche, obbligando chi ha bisogno di contante a rivenderle o chiedere prestiti a familiari e amici. Per protestare contro il degrado del campo e i tempi d’attesa per i documenti, il 24 agosto 2015 i migranti sono scesi in strada organizzando un blocco stradale.

Nei pressi di Monza, per la precisione ad Agrate, è presente un altro hub gestito dalla Croce Rossa che ospita tra le 100 e le 150 persone. La permanenza durante i mesi invernali in tende sprovviste di riscaldamento ha suscitato delle proteste che sembrerebbero, anche se con tempi molto lunghi, essere state accolte. La scorsa primavera, a seguito di una gestione piuttosto opaca del campo fatta di favoritismi e punizioni, è stato decurtato arbitrariamente il pocket money a tutti gli ospiti della struttura. Coloro che hanno reagito a scrivendo una lettera di protesta al prefetto sono stati minacciati di trasferimento forzato in altre strutture del sud Italia, provvedimento a cui sono scampati grazie all’intercessione di alcuni operatori.

A Ventimiglia la CRI si è occupata in un primo momento di fornire supporto logistico alle operazioni di sgombero dei migranti accampati per protesta ai Balzi Rossi. Successivamente ha predisposto un centro di prima assistenza accanto alla stazione, che al termine dello scorso inverno ha dapprima inserito l’obbligo di registrazione all’ingresso e in seguito ha chiuso su volontà del ministro Alfano. Verso la fine di luglio una serie di proteste e occupazioni spontanee da parte dei migranti – tra cui quella della chiesa di San Nicola e la marcia al confine che convinse la Caritas a aprire loro le porte della chiesa di Sant’Antonio15 – ha portato all’apertura di un nuovo campo a gestione Croce Rossa nei pressi del Parco Roja, in una zona industriale sita a 5 km dalla città.

Inizialmente la maggior parte dei migranti presenti a Ventimiglia ha preferito rimanere all’esterno, lasciando il campo della CRI semi-deserto (circa 30 persone su una disponibilità di 360 posti letto).

Questa situazione si è protratta per circa 3 settimane, fino allo sgombero del campo informale creato dai migranti e al loro trasferimento nel centro della Croce Rossa, che in tempi rapidissimi è arrivato a contenere fino ad 800 persone.

Vengono messe brande a terra ed allestiti tendoni militari. Alcuni pasti si limitano a un pezzo di pane, una scatoletta di tonno e un pomodoro, e spesso e volentieri anche le colazioni hanno un apporto nutrizionale ridicolo.16 Ai volontari che svolgono attività all’interno del campo, in particolare scout e membri del comitato “Articolo 2”, vengono imposte regole via via più severe per potervi accedere. L’assenza di un regolamento formale giuridico vero e proprio, sostituito da un generico insieme di norme di buona condotta, consente infatti a CRI e prefettura di amministrare il campo con ampie dosi di discrezionalità.

A partire dal 2 agosto si impone la registrazione obbligatoria – compiuta attraverso l’annotazione dei nominativi accompagnati da una fotografia del soggetto – sia per poter dormire nel campo che per accedere ai pasti giornalieri. Per ogni pasto consegnato la CRI riceve dallo Stato tra i 10€ e i 15€ di rimborso. Onnipresente all’esterno del campo è la polizia, che all’occorrenza viene chiamata all’interno del campo dagli operatori o dai volontari. Da segnalare l’episodio di un ragazzo sudanese non registrato al campo della Croce Rossa che chiedeva di farsi una doccia fuori dall’orario stabilito. Gli operatori hanno chiesto al ragazzo di andarsene, al suo rifiuto hanno chiamato la polizia che l’ha malmenato per portarlo all’esterno del campo. Il ragazzo è stato ricoverato in ospedale a causa delle percosse ricevute dalla polizia; ciò nonostante ha subito un processo per lesioni e resistenza a pubblico ufficiale e conseguentemente alla condanna ha ricevuto un decreto di espulsione dall’Italia. Dopo questo episodio, la notte del 4 agosto, circa 300 migranti ospitati al centro della Croce Rossa hanno deciso di protestare contro le condizioni del campo e per l’apertura della frontiera con la Francia, marciando fino alla frontiera di Ponte San Ludovico e attraversando il confine.

La situazione a Ventimiglia resta di estrema tensione per i migranti. Ogni giorno dai 2 ai 4 pullman, che trasportano dalle 50 alle 100 persone, lasciano Ventimiglia per diverse destinazioni: i pullman proseguono fino al centro o al nord Italia (Pisa, Firenze, Torino) oppure raggiungono gli aeroporti di Torino o Genova per imbarcare i migranti rastrellati a Ventimiglia su voli diretti nel sud Italia e sempre più spesso in Sardegna. Sui pullman vengono caricati i migranti fermati nottetempo dalla Police Aux Frontières (PAF) mentre cercano di attraversare il confine e rinchiusi nei container presenti sin dall’anno scorso in frontiera alta (ponte San Luigi). Anche i migranti che arrivano a Ventimiglia via treno vengono fermati immediatamente dalla polizia e caricati sui pullman. Infine, tutti colori che vengono trovati nella città di Ventimiglia, muniti o meno di badge, rischiano di essere caricati su un pullman se questo dovesse avere ancora posti liberi. Ai migranti caricati sui pullman vengono spesso sequestrati i cellulari e gruppi di amici (che spesso viaggiano insieme dalla Libia) vengono separati e non riescono più a rintracciarsi. Anche minori e richiedenti asilo sono stati caricati sui pullman.

Il sistema di deportazioni prevede diverse modalità di azione in base alle diverse nazionalità rastrellate: CIE per chi proviene dal Maghreb, hotspot o CARA per i sudanesi e gli eritrei “tranquilli”, decreto di espulsione differito per tutti gli altri. Tutti coloro che non vengono detenuti tentano di nuovo di attraversare la frontiera entro pochi giorni. Degli accordi recentemente stipulati dal governo italiano con il dittatore sudanese Al Bashir, ricercato dal tribunale internazionale per crimini di guerra, hanno permesso l’esecuzione dei primi rimpatri di massa in Sudan.

Questa operazione sembra essere pienamente in linea con la strategia che il governo italiano si è dato per neutralizzare la criticità delle situazioni di confine: contenere e disperdere in continuazione i migranti sul territorio nazionale, attraverso un sistema di campi di permanenza, trasferimenti forzati e rimpatri.

A.D.

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