Solidarietà, non carità

Nelle ultime settimane a Como stanno arrivando centinaia di profughi che cercando di giungere in treno in Germania o in nord Europa, giunti al confine italo-svizzero, non vengono fatti passare.

Abbandonate al loro destino, queste persone si trovano nella situazione paradossale per cui lo stato svizzero ha deciso di sospendere le richieste di asilo, respingendo in Italia chi fortuitamente riesce passare, mentre lo stato italiano omette di assistere, registrare, e dare asilo a queste persone.

Il risultato è che nei pressi della stazione di Como San Giovanni da settimane si sta creando un accampamento di fortuna senza nessun tipo di servizio, in cui l’assistenza è volutamente lasciata al caso, al volontariato di stampo caritatevole, e al lavoro onesto ma comprensibilmente poco organizzato di alcune associazioni, gruppi di solidali ecc.. tutto questo fa si che nessuno muoia di fame, ma come non costituisce una soluzione stabile, non produce nemmeno una analisi critica della  questione.

In tutto questo lo stato sta sostanzialmente a guardare, ben contento che altri si facciano carico dell’assistenza che esso dovrebbe fornire, di fatto ignorando un’emergenza umanitaria.

Peggio, con criteri non chiari e fini altrettanto meno chiari, lo stato dispone che alcuni profughi vengano caricati dalla polizia su dei pullman e trasferiti forzatamente presso degli hub di cui poco o nulla si sa.

Nessuna informazione viene data a chi si accalca al confine, nessuna spiegazione sulle procedure da seguire, nessuna possibilità di autorganizzarsi, condannando cosi gli immigrati a essere trattati da “portatori” di necessità, incapaci di badare a se stessi e considerati un problema.

Paradossalmente, le frontiere in questo momento sono, se non aperte, quantomeno “permeabili” ed è più facile arrivare in Italia che andarsene.. Come a Ventimiglia, anche Como è destinata a diventare un dimenticatoio sociale in cui ammassare persone che con il contagocce della richiesta di asilo o della spartizione in quote, andranno a costituire un esercito di disperati disposti a lavorare a bassissimo costo e in condizioni disumane.

In tutto questo la propaganda populista fa il suo corso. Non si sono fatte attendere provocazioni dei politici xenofobi, come non sono mancate le intimidazioni da chi è ben propenso a passare alle vie di fatto.

Tutto questo non è un caso. in una Como colpita dalla crisi, da altissima disoccupazione giovanile, e dalla crescente erosione dello stato sociale, la ricetta è sempre la stessa: innescare la guerra tra poveri e dare tutte le colpe a chi, come il profugo che scappa da guerra e fame, subisce in maniera ancora più grave le disparità economiche che il capitalismo produce.

In questo scenario le dichiarazioni agghiaccianti di Salvini o dei leghisti nostrani non sono meno gravi dell’omicidio di Emmanuel a Fermo. Semplicemente sono l’uno la causa e l’altro l’effetto.

Qual’è quindi il nostro dovere?

Prima di tutto costruire una solidarietà concreta tra chi subisce gli effetti della crisi e non accettare il circolo vizioso nel quale il lavoratore italiano è più sfruttato e ricattabile quanto più lo è il lavoratore straniero. Le nostre condizioni di vita non peggiorano quando aumenta il numero degli immigrati o l’aiuto che viene loro rivolto. Peggiorano ad ogni riforma del mercato del lavoro, peggiorano con i tagli a sanità e istruzione, peggiorano quando si investe nei treni ad alta velocità e non nel trasporto locale.

Pretendiamo con ogni mezzo che venga trovata una soluzione politica a questa situazione, ma soprattutto sviluppiamo una critica radicale e conflittuale verso questo sistema, che non è affatto scontato o casuale ma espressione di interessi ben precisi. Opponiamo alle burocrazie e alla carità la solidarietà autorganizzata e orizzontale.

La parte più bella di questa città è quella che non sopporta il razzismo e l’indifferenza.

E noi siamo li.

Alcuni antirazzisti comaschi.

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